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19 nov 2021
diego vincenti
Cultura
19 nov 2021

Monica Bellucci al Manzoni: "Essere la Callas, emozione più forte della paura"

L'attrice, solo domani sera, porta sul palco i carteggi della Divina: un’artista appassionata, vulnerabile, sensibile

19 nov 2021
diego vincenti
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Massimo Priviero torna live
Monica Bellucci
Massimo Priviero torna live
Monica Bellucci

Milano, 20 novembre 2021 -  Il pubblico applaude subito, appena la intravede in scena. Roba che neanche nell’Ottocento. Ma come non capire? Abito da favola, bellissima, Monica Bellucci si fa spazio elegante fra le ombre. Accompagnando per mano in “Maria Callas. Lettere e Memorie“, solo domani sera al Teatro Manzoni per la regia di Tom Volf. Un viaggio nell a vita della Divina. Dove si scansano i pettegolezzi e ci si affida (esclusivamente) ai suoi pensieri. Lunghi carteggi. A svelare sé stessa e il mondo. Parole intime. Di lotta e di amore.
Bellucci, come si sta nei panni di Maria Callas?
"Intanto devo dire che mi ha aiutato molto indossare quest’abito meraviglioso, che apparteneva alla sua collezione privata. Quando l’ho visto ho pensato: “Non ci entrerò mai!“. E invece mi è stato subito perfetto".
C’è qualcosa di simbolico.
"E pensi che anche il divano giallo sulla scena è una copia esatta di quello che aveva nella sua casa. C’è poi solo un grammofono, perché ogni tanto la musica interviene a creare degli stacchi fra le sue parole, queste meravigliose lettere che vanno a costruire un’atmosfera emozionante, commovente. Dello spettacolo abbiamo anche una versione meno intima, con un’intera orchestra di ventiquattro elementi al mio fianco. Per il momento però è stato possibile farlo solo in Grecia".


Com’è andata?
"Quattromila persone all’antico Teatro Herodion di Atene, un luogo che è già in sé uno spettacolo. C’era perfino la luna piena. A quel punto io ero solo la ciliegina sulla torta".
Che donna era la Callas? "Un’artista appassionata che ha sacrificato molto di sé stessa per il lavoro e per l’arte. Malgrado fosse una diva intoccabile – da qualcuno definita distante – in realtà era una donna vulnerabile, estremamente sensibile. Ed è questo suo aspetto più intimo e segreto che abbiamo voluto portare sul palco. Diciamo che c’è più Maria che Callas, la tigre del palcoscenico. Merito di Tom Volf che da tempo lavora su di lei, grazie anche ai ricordi del maggiordomo e della sua femme de chambre, due figure che l’hanno sempre accompagnata ovunque. In pratica dei parenti".
Una vita che ha avuto momenti molto diversi.
"Noi l’abbiamo suddivisa in tre parti, che affronto sedendomi in punti diversi del divano. C’è la giovinezza, dove si percepisce questo grande entusiasmo e arriva il successo. Con la maturità emerge invece il difficile equilibrio fra vita privata e sfera pubblica. E poi la parte conclusiva, così piena di solitudine e di malinconia".
Gli amori forse non hanno aiutato.
"Ha avuto una vita amorosa complessa. Ma in realtà il suo grande dolore proviene dal non avere avuto figli. Come scrive lei stessa".
Cosa l’ha convinta ad affrontare il teatro?
"Le lettere. Tom me ne ha fatta leggere una destinata a Onassis. Mi ha talmente emozionato che a quel punto mi è stato impossibile rifiutare. Ed è proprio l’entusiasmo che mi permette di superare la paura. Una paura che si ripresenta tutte le volte che salgo sul palcoscenico. Ma alla fine il mio lavoro è anche condividere quello che provo, a partire dalle emozioni, dall’adrenalina. Io adoro il cinema. La costruzione di uno spettacolo possiede però qualcosa di genuino e di artigianale, da cui nasce una vulnerabilità tutta particolare, legata al non sapere mai cosa possa succedere. D’altronde sul palco sei sola, in stretto contatto con gli spettatori".

Continuerà quindi con il teatro?
"Non saprei, possibile. Preferisco decidere giorno per giorno, proteggendo anche la mia quotidianità. Certo è bello quando i progetti vengono a cercarmi, come in questo caso".
Come vive lei l’equilibrio fra vita privata e sfera pubblica? "Ho bisogno di essere nel piano della realtà, è un qualcosa che mi fa stare bene e di cui sento la necessità. Il lavoro è una cosa. Ma poi mi piace andare a prendere le mie figlie a scuola o comprare il pane in negozio. Ho bisogno insomma di vita vera, di cose normali, non riesco a vivere in una palla di vetro. È una cosa che però richiede attenzione, sto ancora imparando".
Se tornasse indietro?
"Come in tutte le cose ci sono i pro e i contro e molto ho avuto e continuo ad avere da questa professione. Ma altrettanto ti viene chiesto, magari in maniera laterale. Quindi, a dire il vero, tornando indietro non so proprio se sceglierei ancora un lavoro pubblico".

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