Milano, 8 agosto 2018 - Incredibile. Esistono film, magari non capolavori ma non di rado bellissimi, che in Italia non si vedranno mai, neppure nei circuiti alternativi: colpa di un sistema distributivo perverso, che il valore estetico, culturale, storico, di una pellicola tiene in scarsissimo conto. Incredibile, dunque, che un film prezioso come “Boom for Real”, che racconta chi era Jean-Michel Basquiat prima che diventasse il Basquiat star - purtroppo scomparso giovanissimo - dell’arte d’avanguardia, uscito negli Stati Uniti lo scorso 11 maggio, sarà sugli schermi milanesi dopodomani, venerdì 10 agosto, in anticipo di due giorni sull’uscita nazionale: precisamente sugli schermi dei cinema Mexico e Palestrina. È sempre illuminante conoscere il periodo della formazione di un grande artista. E “Boom for Real” ha per esplicito sottotitolo “L’adolescenza di Jean-Michel Basquiat”: un omaggio a trent’anni dalla morte, proprio il 12 agosto 1988, del writer e pittore che, nato a Brooklyn, nella periferia newyorkese, riuscì, insieme a Keith Haring, a portare alla ribalta il graffitismo, dai muri delle strade e dei metrò alle gallerie più prestigiose.

«Il mio film celebra l’umanità di Jean-Michel, non la sua mitizzazione. Basquiat è stato non solo un artista straordinario, ma, lui, nato il 22 dicembre 1960, figlio di padre haitiano originario di Port-au-Prince e di madre statunitense ma di origini pure haitiane, si inserì prepotentemente in un mondo sino ad allora riservato alle persone bianche», commenta Sara Driver, la regista, filmaker indipendente che, classe 1955, ha esordito nel mondo cinematografico nel 1955 con “You Are Not I”, ovvero “Tu non sei me”, un “corto” basato su una storia scritta da Paul Bowles, il romanziere autore del celebre “Tè nel deserto”. Il film è un ricco collage di immagini, parole e musica che ricostruisce il periodo fra il 1978 e il 1981, attraverso anche le testimonianze di altri protagonisti della scena della Grande Mela, a partire da Jim Jarmusch, a sua volta regista di “Più strano del paradiso”, di “Daunbailò” e dello straordinario “Dead Man”, western metafisico con Johnny Depp. Sono gli anni in cui Basquiat inizia a dipingere per le strade di New York: graffiti intessuti di personaggi misteriosi, figurine che diverranno vere icone, intercalate da dichiarazioni enigmatiche e lunghe frasi ripetute, che affrontano in realtà questioni cruciali, allora come ora, come i diritti civili e i problemi razziali. Lavori firmati, in collaborazione con l’amico Al Diaz, con la sigla, poi abbandonata, di “Samo”, ovvero “Same Old Shit”, traduzione letterale “Solita vecchia merda”. Sono anni anche “matti e disperati”, che vedono Basquiat entrare nel tunnel infernale della tossicodipendenza, quella che lo porterà, dopo la scomparsa dell’amatissimo Andy Warhol, a morire di un’overdose di eroina.