CULT Dewey Bunnell (a destra) con Gerry Beckley A sinistra il primo successo della band, “Horse with no name”

Milano, 18 agosto 2018 - In Italia gli America sono sbarcati per la prima volta nel ’72, per presentare “A Horse with no Name” al Festivalbar di Vittorio Salvetti in quel di Asiago. A dispetto del nome, Dewey Bunnell, Gerry Beckley e Dan Peek vivevano ancora in Inghilterra, ma le tre settimane in vetta alla classifica Usa gli avevano già cambiato la vita, schiudendo loro le porte di una carriera lunga mezzo secolo che il 15 novembre li riporta a Milano, nel ventre caldo del Teatro dal Verme. Anche il vero successo italiano per il trio sarebbe arrivato solo una decina anni dopo, grazie a quella “Survival” capace di lasciarsi alle spalle blasonate hit come “Eye in the Sky”di Alan Parsons o “Ebony and Ivory” della super coppia Paul McCartney-Stevie Wonder. Un trionfo tutto italiano, visto che nel resto del mondo il disco in cui era contenuto (“Alibi”) non fece sfracelli e oltre Atlantico “Survival” non fu nemmeno pubblicato come singolo, come conferma all’altro capo del filo lo stesso Bunnell.

Merito di Sanremo?

«Già. La nostra prima partecipazione al Festival, quella dell’ ’82, fu sorprendente. Non avevamo mai preso parte ad un show televisivo così grosso e importante, trasmesso in tutto il mondo da un numero enorme di televisioni e impreziosito da grandi ospiti internazionali. Ricordo che dividevamo il camerino con i Van Halen, con Daryl Hall & John Oates, con gli Stray Cats. Quando ci esibimmo la seconda volta (nel ‘90, abbinati a Sandro Giacobbe, ndr) trovammo in gara addirittura il mito Ray Charles, che partecipava con una canzone di Toto Cutugno».

La forza del Festival.

«Solo chi conosce Sanremo può capire come, su quel palco, una buona canzone possa trasformarsi in un grande successo. A noi è successo e i ricordi delle tournée che ne sono seguite ce li porteremo dentro per tutta la vita; d’altronde come fa un americano a scordarsi di aver suonato al Circo Massimo di Roma davanti a decine di migliaia di persone?»

Paesi preferiti?

«Per noi suonare in Australia è sempre molto bello, così come in Ecuador o in Perù, dove ci invitano a suonare anche se i nostri dischi non vengono pubblicati su quei mercati, ma niente è paragonabile all’Italia, che rimane la nostra passione più grande. E sa perché? Per la gioia di vivere che la gente riesce a mettere pure nell’assistere ad un concerto».

Peek è morto nel sonno nel 2011, quindi la reunion del trio storico vagheggiata in diverse occasioni non è più possibile. Avete qualche rimpianto?

«Non rimpianti quanto, piuttosto, una punta di tristezza nel ripensare alla nostra amicizia iniziata in età adolescenziale, frequentando la London Central High School, portata poi avanti con i risultati che tutti conoscono: le prime esperienze, nel 1970, il primo album, l’anno successivo, il ritorno negli States, nel ’72. Anche se Dan decise di andarsene nel ’77 e quindi dopo un periodo relativamente breve per la storia del gruppo. La sua scomparsa è stato comunque uno shock, perché nessuno si sarebbe aspettato qualcosa di così improvviso e traumatico».

Già...

«Ricordo che ero nel mio ufficio e lessi la notizia sul televisore, nelle ultimissime che scorrevano in basso sullo schermo durante un notiziario della CNN. Da non credere. Comunque nessun rimpianto, perché la reunion, con tutta probabilità, non ci sarebbe stata comunque. Magari avremmo potuto ritrovarci in un paio di show, ma ormai la nostra musica viaggiava su altri binari rispetto a quella che io e Gerry facevamo con Dan».

Ora state pensando ad un nuovo album?

«Essere indipendenti rispetto al sistema delle multinazionali ti dà il vantaggio di non avere date di scadenza; anche se sono un musicista abbastanza pigro che di solito trae benefici dall’avere addosso un po’ di pressione. Lavoriamo duro quando siamo in tour e un po’ di materiale l’abbiamo messo da parte. Non troppo tempo fa, fra l’altro, abbiamo trovato diversi inediti risalenti al 1984 di cui ci eravamo completamente dimenticati. Fra un paio d’anni cade il nostro cinquantesimo anniversario e ci piacerebbe festeggiare la ricorrenza con un nuovo disco e un nuovo tour. Ma abbiamo tutta una serie di progetti che, oltre alla musica, riguardano biografia e docufilm».

Le vostre canzoni hanno sempre espresso forza, unità, consapevolezza, ma, almeno dall’esterno, l’America in questo momento sembra un paese estremamente diviso.

«Concordo. Mi sento molto deluso dall’attuale politica del mio Paese, perché ho 66 anni e sono cresciuto con altri ideali rispetto a quelli enunciati dell’amministrazione Trump. Pur cresciuti in Inghilterra, io, Gerry e Dan scegliemmo il nome America come segno d’orgoglio verso le nostre radici, ma oggi è difficile riconoscersi in certe posizioni».