Ermal Meta
Ermal Meta

Milano, 2 febbraio 2019 - «Quando ho pensato di rileggere le mie canzoni con degli strumentisti classici mi sono immaginato che suonassero in un certo modo, ma avevo sbagliato previsione; lo fanno molto meglio!». Ermal Meta si dice felicemente spiazzato dallo show con lo Gnu Quartet che porta questa sera sul palco degli Arcimboldi, prima tappa di un cammino teatrale all’insegna del sold-out atteso il primo marzo pure al Ponchielli di Cremona. L’anteprima dell’altra sera a Nizza Monferrato assieme a Raffaele Rebaudengo, viola, Francesca Rapetti flauto, Roberto Izzo, violino, e Stefano Cabrera, violoncello, ha dato indicazioni esaltanti e ora dall’esperienza potrebbe ora nascere pure un album con l’impronta dello show, seppur registrato in studio. «Non ho ancora deciso cosa fare, ma di questa esperienza vorrei comunque conservare traccia» spiega lui.

Quali sono i pezzi che in questa dimensione riescono particolarmente bene?

«C’è una canzone come ‘Dall’alba al tramonto’, ad esempio, che nonostante sia costruita sul ritmo, sul riff di chitarra e di basso, in questa versione non ha nulla da invidiare a quella originale. ‘Vietato morire’ senza ritmica diventa un pezzo tutto da scoprire, mentre ‘Piccola anima’ archi e chitarra acustica è una roba pazzesca, che lascia affiorare solo la nudità dell’emozione; quella che aveva quando l’ho scritta».

In scaletta ci sono pure pezzi de La Fame di Camilla che non eseguiva tempo.

«Ho recuperato ‘Niente che ti assomigli’, ‘Sperare’, ma anche ‘Due lacrime’ che, dalla fine dell’esperienza con la band, avrò suonato sì e no due volte. In questa veste essenziale certi brani mi riportano indietro di anni, facendomi rivivere, con una punta di nostalgia, gl’inizi tumultuosi di quando sei carico di speranze, ma assolutamente a digiuno d’esperienza». - Quante canzoni ha preparato? «Una trentina. Perché mi piacerebbe cambiare le carte in tavola di concerto in concerto. Assieme a musicisti meravigliosi come lo Gnu Quartet me lo posso permettere».

Cover ne fa?

«Sì, un paio: ‘Amara terra mia’, che dai tempi di Sanremo trova spazio spesso nel mio repertorio, e ‘Unintended’ dei Muse, a cui lo Gnu ha dedicato un intero album anni fa».

Venerdì prossimo torna a Sanremo, ospite di Simone Cristicchi.

«Simone m’ha mandato un file col suo pezzo e, ascoltandolo, ho detto: ‘wow’. Anche se non faccio molto testo perché nasco fan di Cristicchi… e non vedo motivo di cambiare. Fatico a pensare che ora sono un suo collega e il mio punto di vista su tutto quel che fa rimane gravemente compromesso da questa passione. Quando mi ha chiesto di cantare ‘Abbi cura di me’ assieme, gli ho risposto: corro. Il testo è incredibile; ma dove lo trovi un verso che dice ‘queste parole sono sassi di miniera che ho scavato a mani nude per una vita intera’? Assolutamente straordinario».

Da vincitore dell’ultima edizione, se dovesse spiegare il Festival di Sanremo ad un collega svedese, cosa gli direbbe?

«Probabilmente gli spiegherei che il Festival è quella cosa che per una settimana blocca l’Italia più della neve; tutti parlano di queste ventiquattro canzoni, ma appena è finito delle ventiquattro ne rimangono in piedi un paio o al massimo tre… come i birilli del bowling».