Milano, 21 luglio 2018 - Anche se l’orizzonte da esplorare non è più quello un tempo, Francesco De Gregori, in cuor suo, è forse ancora il ragazzo che giocava a ramino e fischiava alle donne della canzone. E oggi pomeriggio, alle 15.15, tira fuori la sua voglia di prateria in diretta Facebook dalla redazione de Il Giorno, nell’attesa di sfogliare passato e presente in concerto, alle 21, al Carroponte di Sesto San Giovanni. Un doppio appuntamento che lo riporta a Milano con le complicità di Guido Guglielminetti al contrabbasso e al basso elettrico, di Paolo Giovenchi alle chitarre, di Alessandro Valle alla pedal steel guitar e di Carlo Gaudiello al pianoforte. Alla ricerca di nuove sonorità per dare voce e sentimento alle sue trasfigurazioni letterarie formato canzone, infatti, De Gregori raddoppia le chitarre ed elimina la batteria. "Puoi sentire su un marciapiede qualcuno che fischietta la melodia di una canzone, ma non capita mai di incontrare qualcuno che recita a voce alta il testo di una canzone – dice prendendo distanza dalla poesia –. Se leggi il testo de “La donna cannone” senza pensare alla musica ti accorgi che non sta in piedi. Una canzone è una canzone perché ha un testo e una musica e qualcuno che la canta; a fare una canzone sono il testo, la musica e l’interpretazione, tre componenti inseparabili, altrimenti cade tutto. D’altronde pure Shakespeare non scriveva le sue opere teatrali perché venissero lette, ma perché venissero recitate sulla scena". 

In questo nuovo giro di concerti, il cantautore romano di 67 anni prova a mischiare le carte di una carriera ormai in vista del mezzo secolo, per recuperare frammenti di passato imprevisti e imprevedibili (come “Falso movimento”, “Non è buio ancora” e altri) e vedere l’effetto che fa. "La scaletta non deve essere scontata" recita, infatti, il vecchio mantra con cui De Gregori rivendica il diritto di sorprendere lo spettatore. Perché se per un autore della sua levatura è bello ascoltare il pubblico cantare un brano fin dalle prime note, lo è anche cogliere fra il pubblico quell’attimo di silenzio e di smarrimento che accompagna una canzone meno conosciuta. "Ce ne sono alcune che eseguo dal vivo perché mi piace cantarle, perché mi sembra che vengano in modo convincente o perché semplicemente ci sono affezionato" – spiega. Una di queste è un classico napoletano come la “Anema e core” che nel bis condivide di solito con la moglie Alessandra Gobbi, conosciuta alla metà degli anni Sessanta quando frequentavano entrambi il liceo, madre dei suoi due gemelli Marco e Federico. "Un giorno a Napoli ho portato “Chicca” in un ristorante, confidando nella presenza di un ‘posteggiatore’ che con la sua chitarra desse un tocco romantico alla serata, ma purtroppo quella sera aveva altro da fare – ricorda–. Così io e la mia ragazza quel pezzo ce lo cantammo da soli. Lei ha una sua sensibilità musicale e mi piace il suono delle nostre voci, pure sul palco. Fra l’altro non la devo nemmeno pagare e questo rende la cosa perfetta”".