Il drammaturgo, regista e attore Massimiliano Finazzer Flory, 55 anni
Il drammaturgo, regista e attore Massimiliano Finazzer Flory, 55 anni

Milano, 22 marzo 2020 - Una parola al giorno per trenta giorni, un mese di riflessioni e pensieri che andranno a costruire una "letteratura del ricordo". È l’invito che Massimiliano Finazzer Flory, regista e attore teatrale, lancia ai lettori in collaborazione con Il Giorno. Il drammaturgo propone una parola di stretta attualità legata al Covid-19, invitando i lettori a scrivere un breve pensiero (600-700 battute) in merito. Le riflessioni, da inviare all’indirizzo mail redazione.internet@ilgiorno.net, saranno pubblicate online e contribuiranno a costruire una memoria collettiva di com’erano la Lombardia e l’Italia ai tempi del coronavirus, accanto ai contributi che di giorno in giorno manderanno alcuni personaggi della cultura e dello spettacolo.

La parola odierna è LIBERTA'. Fino ad ora hanno scritto per noi, tra gli altri: Andrea Bocelli, Gianni Canova, Edoardo Boncinelli, Silvano Petrosino, Maria Rita Parsi, Dan Peterson, Dori Ghezzi, Giovanni Gastel, Fabio Scotto, Pino Farinotti, Antonella Boralevi, Cesare Balbo, Roberto Cacciapaglia, Giorgio Armani, Letizia Moratti, Paolo Del Brocco, Angelo Argento, Girolamo Sirchia. Giulio Giorello. 

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Potersi muovere senza restrizioni almeno nella propria città. Era una libertà che davamo per scontata e che lo stato di necessità imposto dal coronavirus sembra che abbia drammaticamente cancellato. Un certo "senso comune" ci suggerisce che si devono accettare tanti piccoli compromessi destinati prima o poi a scomparire con il ritorno alla normalità. Ma questo tipo di discorso è capzioso e che venga da qualche politico neomarxista o da qualche bravo ricercatore in campo medico non cambia la sostanza delle cose. Ogni pur piccolo compromesso non è una rinuncia da poco. Non vogliamo né uno Stato a cui dover inchinarci né una "scienza medica" che con un colpo di spugna cancelli tutto quel dibattito di idee, metodi, soluzioni da cui nascono il prestigio e il fascino della stessa buona ricerca medica. La quale senza libertà pare destinata a ridursi a una tecnologia di controllo che inevitabilmente spegnerebbe le buone ragioni con cui i cittadini si affidano ai medici.

Giulio Giorello, filosofo della scienza

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Una delle parole più discusse dalla filosofia, una delle parole più vissute dalla storia, ha in sé il paradosso del limite perché si disegna solo per negazioni. E’ invocata nelle ristrettezze, e ottenuta dopo la liberazione e allora goduta pienamente, basti pensare che gli ex schiavi che nell’antica Roma ne portavano per sempre il nome, “liberti”. Senza la responsabilità la libertà è egoismo, arroganza o inutilità, è degenerazione che porta alla dipendenza dal vizio per il libertario, perdendo la sua dialettica. La libertà è un sogno che fa i conti con la realtà. Ci sembra tutto quando si è prigionieri ma poi occorre assumerne il peso e riempirla di contenuto altrimenti la democrazia porterà alla demagogia. Si è liberi d’amare, certo, contro tutti e tutto ma non senza che l’altro ci riceva.

Ilaria Guidantoni, giornalista e scrittrice

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Nelle emergenze la libertà corre pericoli
La libertà – il più grande dono che Dio chi ha dato – va limitata (solo) nella misura in cui può diventare una minaccia alla libertà degli altri. Ce lo ha insegnato già John Stuart Mill. I momenti più pericolosi per la libertà sono dunque quelli delle emergenze, quelli nei quali si supera spesso il limite accennato, nei quali il dubbio (l’essenza della libertà) è proibito e il confronto zittito a furor di popolo, nei quali regna sovrana la deroga alle leggi, nei quali lo Stato di diritto è un intralcio e si scavalcano impunemente per legge i contratti di diritto privato. Tempi nei quali l’iperstatalismo la fa da padrone a tempo indeterminato. Certo, a volte la libertà – come disse Cavour – si può salvare anche col dirigismo normativo: ma dirigismo, allora, temporaneo per definizione e disposizione, garantito da Padri della Patria. Senza queste guarentigie “chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza, non merita né libertà né sicurezza” (Beniamino Franklin).

Corrado Sforza Fogliani

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“La libertà è come l’aria”, questo è in assoluto il primo concetto che mi balza alla mente quando mi soffermo a riflettere sul termine libertà. Il motivo di tutto ciò è essenzialmente autobiografico: frequentavo la seconda o la terza media e il professore di italiano lesse e commentò in classe il “discorso sulla Costituzione” di Piero Calamandrei. Rammento ancora oggi quanto mi colpirono e restarono in me quei concetti “la libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”. Adulto, mi ritrovo sovente a riflettere sulle parole di Calamandrei, pronunciate nel lontano 1955 e mi accorgo di quanto siano attuali, di quanto sia fin troppo puerile godere di una libertà che diamo per scontata e della quale apprezziamo il valore solo quando ci accorgiamo di perderla, magari a causa di un virus che ci costringe a non uscire di casa.

Carlo Robiglio, presidente del Gruppo Ebano e presidente della Piccola industria di Confindustria

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Sarà banale ma è sempre meglio ricordarlo: la libertà è come l’aria, la sua importanza la capisci solo quando inizia a mancare. Siamo in un periodo in cui ci stiamo progressivamente abituando a perderla, invocando restrizioni sempre maggiori e auspicando come modello la Cina, che è tutt’oggi una dittatura. Le libertà di circolazione, di riunione, di impresa e molte altre sono già, giustamente, limitate. Ma iniziano anche a sentirsi pericolose insofferenze per le libertà di opinione e di critica nei confronti del governo. Non dimentichiamo mai che la libertà individuale è, per usare le parole di Lord Acton, “il fine politico supremo” e la guida sicura per il progresso e che “chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire” (Tocqueville).

Lorenzo Maggi, vicesindaco di Lodi

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La cravatta. Per anni è andato di moda evitarla come la peste, celebrare l’informalità. Era il simbolo di convenzioni inutili e desuete. Il lock down viene propagandisticamente ridotto a uno “state a casa”. Come se dovessimo festeggiare il trionfo di una vita in tuta e maglione, con l’ora d’aria della canzoncina sul balcone. Ma la libertà dei moderni è decidere della propria vita, nel rispetto delle scelte degli altri. Per questo è anche mettersi la cravatta: perché averla addosso significa prepararsi a incontrare persone che non conosciamo, manifestando a loro, e alla nostra socialità, il piccolo segno del rispetto delle forme. Quando torneremo liberi, torneremo a metterci la cravatta. Ci vestiremo di nuovo per uscire, per muoverci, per avere a che fare con degli sconosciuti, pensando a noi e rispettando gli altri. La libertà è stare fra persone che non si conoscono, ciascuno a modo suo, grandi e piccole formalità sono i semafori che regolano gli ingorghi e ci fanno andare sicuri per la nostra strada.

Alberto Mingardi, docente Iulm e Direttore Istituto Bruno Leoni

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Con la pubblicazione, nel 1943, de “L'Être et le Néant” si afferma in modo definitivo un concetto raro nella storia del pensiero fino a quel momento sviluppatasi: “l’esistenza precede l’essenza”. L’uomo sarà quale si farà, vive infuturandosi. E l’uomo è ontologicamente libero proprio perché ontologicamente un nulla, una mancanza da trascendere, un vuoto da riempire perpetuamente. La libertà non è quindi un attributo, ma una necessità di fatto: l’uomo è condannato a essere libero e, di conseguenza, è condannato alla responsabilità di sé, delle sue azioni, e (paradosso e scandalo) anche di tutti gli altri uomini. L’uomo è gettato nella scelta, obbligato a ogni istante a compiere azioni esemplari: ogni azione non impegna solo me stesso, ma l’umanità intera; scegliendo me stesso io scelgo l’uomo, la mia singolarità incarna un modello universale che io ho scelto. Quanto più si è giusti tanto più si è colpevoli, quanto più si è liberi tanto più si è responsabili: di questi giorni sarebbe bene tenerlo a mente.

Antonio Lorenzo Sartori 

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Sì, si può essere liberi nel chiuso della propria stanza. E libertà non significa (solo) poter passeggiare. Forse, il lascito più importante di queste settimane sarà aver riscoperto che l’altra faccia della libertà si chiama responsabilità. Che spetta innanzi tutto a ciascuno di noi esercitare, con la consapevolezza dei propri gesti e delle loro conseguenze, senza che ce lo impongano di editti. Si può rimanere liberi da blindati, se riconosciamo che la libertà è reciproca; se abbiamo l’opportunità di conoscere, ragionare e confrontarci; se non rinunciamo a pensare; se non vediamo più nell’altro un nemico ma un’idea che ci può correggere; se riconosciamo la competenza e ci armiamo di umiltà: rinunciando a crederci, ciascuno nel suo sé, la misura dell’universo.

Salvatore Carrubba

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Libertà? Astrattismo della Libertà! Da remoti tempi ed ancor prima del Medio Evo, il “Potere” ha imposto nelle nostre menti l’antitesi del concetto della stessa, derubandocela, riducendoci quasi ad avere modificato in nostro DNA: il susseguirsi dei Governi per dominarci come greggi, le Religioni includendo il concetto di “Peccato” ed il “Timore di Dio!”. L’Umano che ben comprendeva era un ... Eretico. Le grandi Personalità che hanno avuto il coraggio di parlare, di dimostrare con il loro genio per rivelare e risvegliare i popoli..... condannati per Eresia! A questi duri periodi storici ci ritroviamo allo specchio di quello attuale in una contemporaneità umana che di Libertà Astratta ne vive ancora l’imprinting, ricadendo in “convenzioni” comportamentali. Come ripulirci da queste scorie? Con l’Autonomia in etica, rispetto, buon senso, sane vibrazioni, nuove idee, vincenti progetti in un reciproco scambio in nome dell’Amore. L’Amore Illimitato è LIBERTÀ!

Alessandra Miorin