Milano, 18 marzo 2020 - Una parola al giorno per trenta giorni, un mese di riflessioni e pensieri che andranno a costruire una "letteratura del ricordo". È l’invito che Massimiliano Finazzer Flory, regista e attore teatrale, lancia ai lettori in collaborazione con Il Giorno. Il drammaturgo propone una parola di stretta attualità legata al Covid-19, invitando i lettori a scrivere un breve pensiero (600-700 battute) in merito. Le riflessioni, da inviare all’indirizzo mail redazione.internet@ilgiorno.net, saranno pubblicate online e contribuiranno a costruire una memoria collettiva di com’erano la Lombardia e l’Italia ai tempi del coronavirus, accanto ai contributi che di giorno in giorno manderanno alcuni personaggi della cultura e dello spettacolo.

La parola odierna è PAZIENZA. Fino ad ora hanno scritto per noi, tra gli altri: Andrea Bocelli, Gianni Canova, Edoardo Boncinelli, Silvano Petrosino, Maria Rita Parsi, Dan Peterson, Dori Ghezzi, Giovanni Gastel, Fabio Scotto, Pino Farinotti, Antonella Boralevi, Cesare Balbo. 

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Pazienza è nella parola sofferenza, patimento, ché la vita è un soffio e nulla si può rimandare. Tengo care le mie nevrosi e continuo a pensare che c’è tutta la vecchiaia, per riposare, l’eternità per dormire. Rinviare, rallentare è un rischio che l’uomo non si può permettere. “Mi rivolto, dunque SIAMO”, scriveva Albert Camus. Ma solo nella rivolta e nella corsa consapevole e responsabile. Andare di corsa e non di fretta, imparare a vivere ogni istante come fosse l’ultimo dilatandolo e sostenendo il peso dell’enigma che non è assurdo. Questo ho imparato negli anni quando la pazienza è diventata alleata. Ora voglio correre veloce incontro al giorno, prima che sia tardi, prima che sia buio.

Ilaria Guidantoni, giornalista e scrittrice del Mediterraneo

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C'è un ritmo nella pazienza, specie nei film quando si attende un colpo di scena. Accade soprattutto quando sembra che non stia accadendo nulla mettendo  alla prova la pazienza dello spettatore. La mettono in quanto il tempo non dipende da lui, non è in suo possesso ma degli eventi, ebbene sono una grande preparazione alla vita vera. Lo si capisce nel "Deserto dei tartari" film tratto dall'omonimo libro di Dino Buzzati il cui spunto gli venne, dalla monotona routine redazionale notturna. Spesso aveva l’impressione che quel tran-tran dovesse andare avanti senza termine: quel logorio dell'attesa lo traspose in un mondo militare fantastico in una fortezza all’estremo confine. E' ciò che sta accadendo in questi giorni vissuti nell'attesa che finisca la quarantena e che venga scoperto il vaccino anti coronavirus, Ma dobbiamo portare pazienza anche se, come indica l'origine dal latino pati, implica sofferenza e sopportazione. In medicina il paziente è colui che soffre di qualcosa ma essere impaziente può pregiudicare  la guarigione: la visione di quei film lenti e lunghi insegna la pazienza.

Cesare Balbo, critico cinematografico

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“Georgina l’avevo conosciuta tredicenne, quando uscendo di casa la vedevo sempre nel negozio di gioielleria di suo padre, di fronte. Minuta di corpo, un volto da angelo, due grandi occhi chiari e abitini eleganti. La osservavo incantato mentre leggeva o aiutava i suoi. Da quindicenne, sentivo crescere in me un dolce sentimento d’amore che mi proiettava ad essere un giorno il suo ragazzo. Ma mi sentivo incapace di fare la prima mossa, come bloccato dai miei trascorsi di chierichetto che mi facevano credere che quei miei pensieri fossero peccaminosi.  Vedevo miei compagni di liceo con la loro “ragazza fissa” e in cuor mio ne invidiavo quel loro “senso di conquista”, ma al solo pensiero di potermi  dichiarare a Georgina mi bloccavo. Così il tempo metteva a dura prova la mia pazienza.  Certo, conoscevo al liceo o al tennis club ragazzine disponibili… senza
impegno. Ma io non pensavo che a lei, la mia “donna ideale”, l’unica che avrei potuto amare seriamente, sposare, avere figli. Attendevo l’occasione propria per poter fare un passo avanti se i nostri sguardi oltre la vetrina avessero fatto germogliare, che so, almeno un suo timido sorriso. Allora, forse, avrei potuto osare di rivolgerle la parola. Il tempo stava passando senza speranza, quando un giorno ruppi gli indugi e, appoggiato il naso alla sua vetrina, le feci una smorfia buffa che la fece sorridere. Finalmente!  Seguirono brevi colloqui, qualche drink al bar della via, reciproche confidenze e un film visto assieme. Proprio in quel cinema ci scambiammo un tenero bacio. Dopo il quale mi sussurrò dolcemente: “Guarda, si fa così…” e mi infilò la sua dolce lingua in bocca. Seguirono anni bellissimi, tra studio, viaggi e altre esperienze.   La mia morale cristiana mi aveva convinto che il sesso deve venire dopo il matrimonio. Così resistetti a lungo senza provarci, per non rovinare i miei principi e anche perché mi ero convinto del valore della pazienza, che premia sempre col successo.  Poi, un inverno a Madesimo, mi mise al corrente del “gioco di società” praticato quell’anno dal suo gruppo di amici: la “caccia alla lepre”, nel senso che prima i ragazzi sceglievano la “lepre”, poi questa si lanciava a capofitto in picchiata sulle nevi inseguita dal gruppo di “levrieri”. Il primo che l'avesse raggiunta avrebbe acquisito il diritto di possederla. Fu allora
che mi svegliai alla vita per chiederle: “Ma i tuoi lo sanno?” Risposta: “Mia madre non mi ha detto niente. Ho imparato tutto da sola!”
Col senno di poi, mi sono reso conto che senza la pazienza avuta in tutti quegli anni d’attesa non avrei potuto veder maturare certi frutti nel tempo, dal fiacre del sesso a quello di una famiglia felice. Mi sono imitato ad aspettare, paziente e fiducioso di aver trovato la persona giusta da non poter perdere. E la vita mi ha premiato donandomi quella moglie ideale che vedevo in Georgina e due meravigliosi figli. Certo, ho saputo aspettare e soffrire in silenzio, ma alla fine la logica del tempo ha fatto il suo lavoro”.


GIUSEPPE MOJANA

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Scesi d’istinto in cantina, spinto all’atto autodifensivo per fuggire le bruciature interne d’una vita costantemente sotto effimere luci della ribalta. Da molto tempo dubitavo dell’autenticità della mia maschera di cerone, costantemente liquefatta ad ogni segno di precoce calore. La scala era stretta, ripida, buia, umida, piena di occhi nascosti ad osservare un corpo intruso in ingresso nel regno più ancestrale. Respiri profondi, autocontrollo. Solo questo mi era richiesto per abbracciare di nuovo l’ombra che è notte del mistero, che è profonda introspezione. Da quel punto in avanti, il mio vorace ego non era più riflesso in alcuno specchio. Ero solo io e io solo, da qualche parte. Senza profilo, senza più punti di riferimento. Mi sedetti allora sulla nuda terra poiché nel frattempo là fuori era scoppiata una feroce battaglia. M’accorsi di non possedere alcuna arma per poterla combattere, se non la pazienza. Imparai allora ad amare di nuovo la pazienza, grazie alla quale vinsi non solo la guerra ma anche me stesso.

Stefano Boldorini

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Ricordiamo l’uguaglianza. Tutti sotto lo stesso cielo, tutti sopra la stessa terra. Tutti uguali nel male del pescatore che non sa pescare, d’un uccello sin ali, dell’artista sin Musa e del guerriero privo d’ideali. Tutti uguali nel bene. Tutti uguali nelle sue grandiose differenze. Tutti uguali nello sguardo acuto del David, tutti uguali nelle parole del sommo poeta, tutti uguali nelle pennellate d’ogni capolavoro che Universo va definendo. Egli col suo percorso genera la storia dell’Avvenire. Egli s’avvale del più fraterno padre e strumento. Grazie Tempo. Dalle tue mani sorgono i sogni di coloro che non soccombono alla noia del giorno. Coloro che apprezzano il momento del secondo.

Spartaco Rizzo

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Pazienza se è finito il fertilizzante che rende belli i fiori sul terrazzo: la primavera li fa sbocciare lo stesso. Pazienza se abbiamo identificato le nostre paure nelle penne lisce, quasi fossero l’ultima risorsa alimentare del pianeta. Pazienza se per noi l’unico discorso televisivo del Presidente era quello un po’ retorico di Capodanno, mentre adesso lo aspettiamo col fiato sospeso chiedendoci quale sia il discrimine tra stato di emergenza e stato di guerra. Pazienza se gli amici, i parenti, gli studenti, persino i figli ci tocca vederli da dietro lo schermo gelido di un pc, mentre ci giuriamo che ‘poi’ sopravvivranno solo le relazioni autentiche. Pazienza se sale ancora, tutti i giorni, l’indignazione per certa politica che proprio non ce la fa ad abbandonare le sue logiche costruite su scala ridotta: tanto ‘poi’, senza zone grigie, ci sarà spazio solo o per l’etica o per l’egoismo. Benvenuta, Pazienza: nel vocabolario delle nostre giornate dai ritmi ricomposti, nel carattere che si modifica e si adatta alla vertigine dell’incertezza; benvenuta nel paniere dei nostri nuovi valori. Benvenuta: era tempo che ti invitassimo. Per incuria, per fretta, per miopia avevamo sacrificato il tuo posto, l’avevamo ceduto, l’avevamo lasciato vuoto e desolato. Ora invece sei l’ospite d’onore di questo nostro tempo sospeso.

Elena D’Incerti

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Depressione storica, il nostro tempo. Stiamo tutti vivendo il periodo di massima Depressione Storica, dove l’individuo si scontra con la propria Fragilità Umana: confusione, dolore, agitazione, solitudine nella presa di coscienza di questo momento. Solo la Pazienza , indice di profonde riflessioni, ci può permettere di fare emergere dalle nostre radici primordiali le grandi idee, i grandi fermenti per una Rinascita Storica.
Per analogia cito l’immensa verità di Proust:” Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nel l’avere nuovi occhi!”.
Grazie alla Pazienza nasce il forte bisogno di promuovere gli indispensabili contenuti socio-culturali in ogni forma d’espressione come “ Sintesi di Creazione di Valore”, abbracciando l’Umanita’ tutta, dove è nostro compito delineare nuovi percorsi per aprire quel varco, quella svolta ora più che mai strettamente uniti dallo stesso pathos e mantenendo sempre come focus “ l’Uomo”.
Alleiamoci alla Pazienza!


 

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Alessandra Miorin

Io sono paziente. E voglio essere paziente. Si, perché è una gran bella virtù la Pazienza, la sento alleata nel gestire gli eventi della mia vita. L’impazienza è una fuga. La Pazienza invece, ci aiuta a stare nelle cose e con le cose, così come sono. E a stare con le nostre emozioni, i nostri pensieri, senza identificarci con essi, senza perderci in essi. Ha una potente energia la Pazienza, un’energia attiva. E possiamo
coltivarla osservando la Natura, poichè “La Natura ci ricorda che le cose si svolgono secondo i propri ritmi. Non si può anticipare le stagioni;
arriva la primavera e l’erba cresce da sola” Jon Kabat Zinn.

M.C.S