Il drammaturgo, regista e attore Massimiliano Finazzer Flory, 55 anni
Il drammaturgo, regista e attore Massimiliano Finazzer Flory, 55 anni

Milano, 12 marzo 2020 - Una parola al giorno per trenta giorni, un mese di riflessioni e pensieri che andranno a costruire una "letteratura del ricordo". È l’invito che Massimiliano Finazzer Flory, regista e attore teatrale, lancia ai lettori in collaborazione con Il Giorno. Il drammaturgo propone una parola di stretta attualità legata al Covid-19, invitando i lettori a scrivere un breve pensiero (600-700 battute) in merito. Le riflessioni, da inviare all’indirizzo mail redazione.internet@ilgiorno.net, saranno pubblicate online e contribuiranno a costruire una memoria collettiva di com’erano la Lombardia e l’Italia ai tempi del coronavirus, accanto ai contributi che di giorno in giorno manderanno alcuni personaggi della cultura e dello spettacolo.

La parola odierna è ABBRACCIO. Il primo contributo arriva dal coach di pallacanestro Dan Peterson, il secondo da Laura Valente, presidente Museo Madre di Napoli, il terzo dalla professoressa Maria Rita Parsi

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Ormai firmo molte e-mail così, “Abbraccio, Coach.”  No, non lo faccio con tutti.  Ma se ho veramente un rapporto stretto, lo faccio.  Come mai?  Potrei benissimo firmare ‘Ciao.’   Oppure ‘A dopo.’  Oppure ‘Alla prossima.’  Come mai ‘Abbraccio?’  Perché vuol dire, per me, che chi riceve la mia e-mail è più di una semplice conoscenza, che è un fratello!  La cosa buffa è che non firmo così con mio fratello Jim!   Ovvio, noi, in America, non firmiamo ‘Embrace,’ la traduzione di ‘abbraccio.’  Non usiamo neanche la parola in gergo, ‘hug,’ che vuol dire un abbraccio affettuoso.  Ma, in Italiano, per me, ha un suono molto sincero, molto importante. Per me la parola ‘abbraccio’ ha anche un altro significato: tu puoi contare su di me. Vuol dire che siamo ‘giocatori’ della stessa ‘squadra.’  Vuol dire, “Sono felice ed orgoglioso essere il tuo compagno di squadra.”  Ovvio, in questi tempi della Corona Virus, non si abbraccino le persone!  Ma la parola serve come l’abbraccio fisico.  Come dicono nella psicologia, è un ‘rinforzo.’ Cioè, la persona che lo sente o che lo legge sa di avere qualcuno nel suo ‘angolo,’ come nel ring di pugilato.  Oppure, come dicono i soldati, nei tempi di guerra, “Lui è uno che voglio nella mia trincea quando c’è da fare battaglia.”  Ecco ciò che ‘abbraccio’ significa per me.

Dan Peterson

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Oggi ogni città italiana è una città mondo, come scriveva Curzio Malaparte a proposito di Napoli ne La Pelle. Una città mondo è oggi tutta l’Italia, da Nord a Sud e ritorno. Una grande e unica piazza (non solo virtuale) in cui la parola abbraccio non evoca più istintivamente il senso di un amore, una gesto che racchiude in un ‘unica espressione la sintesi sublime tra anima e corpo. La parola abbraccio, ai tempi del Coronavirus, è uscita fuori dalla sua nuvola rosa, per vestirsi dell’ansia da contagio. E allora che facciamo? Nelle nostre case, con gli occhi incollati ai nostri tablet? Io vorrei imparare ad abbracciare l’ansia. Vorrei che questo abbraccio trasformasse il cane da guardia delle nostre paure in un’opportunità. Per abbracciare chi siamo, chi vorremmo essere e chi saremo, una volta finita l’emergenza.

Laura Valente, presidente Museo Madre di Napoli

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Esiste, nella vita di ciascuno e di tutti, il “bisogno-desiderio” incontenibile di essere abbracciati. Perché è cosi che, dopo essere usciti ( e/o scacciati e/o espulsi!) dal Grembo della Madre –primo Paradiso Terrestre perduto ed inizio di ogni percorso che ci consegna alla vita e al suo attraversamento, fino alla morte-è, proprio nell’abbraccio primario, è nel suo contenimento- si spera!- amoroso che ogni neonato ricerca e spera di trovare la
garanzia di poter sopravvivere. Esiste, peraltro, anche una “terapia dell’abbraccio” che, attraverso l’esperienza di essere ,di nuovo, contenuti dalle braccia di qualcuno, può riparare, seppure si è ,ormai, adulti, agli infiniti drammi e ai vuoti di ogni perdita e di ogni abbandono. Così, essere abbracciati, può significare ritrovarsi, per rientrare in contatto con la propria speranza di vivere, di amare ma, soprattutto, di essere accettati ed amati.
Vero è , però, che , volendo giocare con la parola “a-braccio” rinunciando, però, ad una delle due b, “andare a-braccio” può anche essere l’espressione o della genialità, della competenza, della bravura, di chi riesce ad esprimersi e ad operare con estemporaneo trasporto, affrontando, con estrema chiarezza e facilità, “l’arrampicata” sulla vetta di qualsiasi argomento o problema.Oppure, diversamente, può essere, al contrario, un modo di “navigare a vista”. Con le conseguenze che tutto questo comporta. O, no?

Prof.ssa Maria Rita Parsi

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Se il bacio è un mondo a due, una porta che non lascia passare altri; l’abbraccio - cingere le braccia - intorno al corpo dell’altro, rimanda a una circolarità estesa, collettiva, sinonimo di amicizia, ufficialità, allegria, le cui varianti raccontano la società nelle sue sfumature. Il bacio è intimo, talora furtivo, l’abbraccio è a suo modo spettacolare, invita alla lentezza, senza l’istantaneità di un bacio o al contrario la sua frenesia. Curioso quanto accadde negli anni Settanta in India, con il movimento di protesta intitolato Chipko contro la deforestazione: le persone si abbracciavano intorno agli alberi. Una forma di resistenza nutrita dall’amore, una rivolta pacifica.

Ilaria Guidantoni

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Mamma, ti scrivo perché sei sola nella casa dall’immenso giardino che mai potrei persuaderti a lasciare, perché voglio essere io a narrarti oggi una storia: una pandemia ha investito il mondo e siamo smarriti, terrorizzati. Ma esiste differenza tra la paura, propria del noto, che genera coraggio e comportamenti responsabili e l’angoscia che, riguardando l’ignoto produce bizzarrie come incoscienza ed ideologie: combatteremo e vinceremo questo virus ottemperando alle indicazioni di coloro che abbiamo democraticamente delegato, evitando qualunque deriva. Ti scrivo perché so quante ne hai passate e quanto comprendi. Domenica avremmo dovuto venire, come sempre, da te. Ti avremmo portato verdure molto colorate. Lo faremo, presto.

Alessandra Gabrielli

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Abbraccio. È quello che mi manca. Non sono un tipo facile, sempre misurata, sempre in osservazione e in ascolto prima di agire e di parlare, attenta a far varcare la soglia della mia intimità a pochi selezionati, scremati da un setaccio fine. Con chi la varca, però, sono espansiva. Condivido. Scaldo. Proteggo. Accolgo. Abbraccio. Mi faccio abbracciare. Fisicamente e metaforicamente. Ecco, adesso, con questi preziosi granellini che passati dal setaccio fanno parte del mio inossidabile tesoro emotivo, l’abbraccio mi manca. Allora lo scrivo. Lo evoco. Concludo i pensieri e i messaggi con un abbraccio virtuale. Ora lo faccio anche con chi normalmente avrei lasciato fuori. Forse ho più bisogno di calore.

Maria Giulia Comolli, Milano

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Le parole non riescono a riempire il significato per due corpi che si toccano, superando tutte le differenze di genere e riempiendo gli animi di quel vuoto di solitudine che attaglia tutti noi...gli abbracci...fra donne disinibite, uomini timorosi, anziani affettuosi, amori in corso e quelli fuori corso, quelli dei bambini senza riserve... Negli abbracci gli uomini si danno dei colpi sulla schiena quasi come degli animali in combattimento, le donne si abbracciano teneramente e si baciano dolcemente, i bambini si stringono, si baciano e si toccano senza chiedersi il mai perché ma lo fanno e basta...  Con gli abbracci si capisce se c’e’ un futuro di relazione oppure da lì a poco non ci si abbraccerà più’... La soluzione all’enigma e’ quella di abbracciarsi solo se SINCERAMENTE!

Samuele Marconcini

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12/03/2021 (Un anno dopo)
“Abbraccio”
Mi ricordo quando un anno fa ci fu chiesto di non abbracciare fisicamente le persone per evitare la trasmissione del coronavirus. Allora decisi di chiudere le mie telefonate o le comunicazioni via web con le persone con cui avevo un po’ di confidenza con: “Un abbraccio”, sottolineato dalla voce o scritto in grassetto. Era un modo per dimostrare vicinanza e solidarietà, per darsi reciproco incoraggiamento. Il gesto fisico era quindi sostituito dal sostantivo verbale o scritto. Non era la stessa cosa, ma un surrogato, comunque ben accolto da chi lo riceveva: “ Grazie, lo contraccambio” . Un abbraccio ideale e virtuale, ma apprezzato al tempo di quel contagio.

Roberto Rinaldi, Bussero (Mi)



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Vorrei abbracciarti, fantastico la tua stretta ed il tuo odore, quegli occhi di ghiaccio eppure così caldi, che mi hanno imbrigliata dal primo attimo. Ricordi? La dinette di una barca a vela, cinque del mattino, io già sveglia a cercare di prepararmi un caffè e tu che sali a bordo, stupefacente e fuori luogo come ti scoprirò essere, fai oscillare lo scafo e mi sorridi e poi così, dal nulla, ti presenti e mi abbracci. Non ci siamo più lasciati. Sono trent’anni che a modo nostro andiamo avanti, che in qualche modo siamo diventati genitori e nonni di sedici creature. E continuiamo ad abbracciarci. Furiosamente, malinconicamente, rabbiosamente. Sempre noi. Da un po’ di tempo abbiamo scelto di
abitare vicini, tu al quarto piano ed io al primo. Ci sembrava una situazione ideale. Questa mattina per la prima volta non sono venuta a fare la prima colazione da te. Per la prima volta ho dovuto affrontare la giornata senza il tuo abbraccio. È una vita che ci inseguiamo e so che non ci fermeremo certo adesso.

Anonimo

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Devo mantenere la distanza di sicurezza dagli esseri umani se non voglio infettarmi. Un metro, meglio di più. Anche tre o quattro: pare sia più sicuro. Più sicuro ancora è non uscire di casa. OK, Ok, c’è la pandemia. Sto a casa. Che silenzio che c’è. Apro la finestra, non si sente voce. Non c’è il pasticcere del negozio di sotto che canta, non ci sono bambini che fanno i capricci, non si sente Carmen che ride sguaiata mentre serve i caffè al bar, nessuno a discutere sui risultati della partita, nessun clacson a reclamare la precedenza. C’è il contagio. Fino a ieri di contagioso c’era il sorriso. Quello occhi negli occhi, quello che trasmetteva pace. Vorrei un un sorriso ed un abbraccio. Di quelli che poi pensi “Andrà tutto bene” . Paradossale, no? Potrei morire per un abbraccio contagioso.

Rosanna Calò

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Qualche tempo fa scrivevo. "Chissà come fanno quelli che vivono senza te."  Parlavo all'abbraccio. E ora che me ne trovo improvvisamente privata è come mi mancassero gli arti. Nessuna scritta a fine messaggio me ne può restituire il calore, anche se chi lo scrive è LA persona degli abbracci veri. Come ci fosse un prima e un dopo. E mi chiedo che sapore avranno gli abbracci quando ritorneranno ad essere sicuri. Non ci si potrà facilmente staccare. Dovranno ricaricare di giornate e settimane. Dovranno scaldare, tornare a essere rifugi, saranno una bellissima e interminabile danza di parole del cuore. Quando, quando? 

Lory

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Diario di una farmacista,
Sesto giorno, Roma 12/03/2020

Non so il perché, ma mi sento piuttosto serena in questa situazione. Ho delimitato le postazioni degli utenti, contingentando le entrate, non più di quattro. A distanza di un metro e mezzo ciascuna. Non so se serviranno comunque, essendo in una zona di ministeri ed uffici sono tutti smart working a casa, molti clienti entrano appena, si affacciano, salutano e distanza chiedendo se abbiamo mascherine. Le uniche persone che vediamo fuori, sono i militari per il controllo della fermata metro ed i portieri dei portoni accanto che passeggiano sconsolati sotto i portici deserti. Si incrociano … si salutano a distanza. Il lavoro rutinario mi manca, mi manca la signora che entra solamente per salutare o la libraia che viene ogni sabato mattina con cui scambio due chiacchere e che mi suggerisce un nuovo libro da leggere. Mi manca anche lo squillare continuo del telefono, persino il cliente petulante e poco educato adesso mi manca. Ma la cosa che più mi manca è abbracciare i miei nipoti. Ieri sono passata sotto il loro balcone, per telefono gli ho chiesto di affacciarsi, gli ho detto che la zia, appena termina questa brutta vicenda, li vuole abbracciare per mezz’ora. Hanno 12 e 14 anni, capiscono che sono tempi eccezionali ma non comprendono per quale motivo dobbiamo vederci così, come innamorati alla finestra. Gli ho spiegato che la distanza al momento è il più grande abbraccio che possiamo scambiarci.


Cristina Barletta

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Abbraccio ... è una parola che vedo lontano in questo momento ... vorrei abbracciare tante persone ... vorrei stringere chiunque per dare forza in questo momento difficile della Nazione ... vorrei abbracciare la mia famiglia lontana da Milano ... spero al più presto passi tutto per riscoprire il piacere di un abbraccio ...

Anonimo

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21 marzo 2021

Vi ricordate l’Abbraccio? Vi ricordate di quell’Abbraccio? ...Vi ricordate? Quale gran Valore quell’Abbraccio!! Attoniti, disarmati, resi in polvere i nostri cuori lo scorso anno, momento in cui ci venne tolta la possibilità di scambiarlo. Ed ora, guardandoci nel nostro più profondo Io e senza menzogna, siamo consapevoli da quanti anni in realtà ci siamo allontanati da quell’Abbraccio? Il rammarico quando ci viene sottratto in Diritto si scontra con l’egoistico Dovere di non averlo potuto donare ancor prima nella triste  aridità di averlo rimosso. Abbiamo compreso...ora? È emersa la sincera necessità di Abbracciare? È scaturito il coraggio di scegliere l’Amore? Abbiamo fatto la scelta di essere quegli Esseri Umani dalle profonde radici? Solo nei fatti scopriremo la nostra storia di cui noi tutti responsabili poiché lascito alle prossime generazioni.

Alessandra Miorin

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Abbraccio ... è una parola che vedo lontano in questo momento ... vorrei abbracciare tante persone ... vorrei stringere chiunque per dare forza in questo momento difficile della Nazione ... vorrei abbracciare la mia famiglia lontana da Milano ... spero al più presto passi tutto per riscoprire il piacere di un’abbraccio.

Alessandro Salmini