Coez
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Milano, 26 novembre 2019 - A grande richiesta, Coez raddoppia stasera il Forum. E chi ha visto a fine ottobre il suo primo show ad Assago conosce la dimensione in cui l’ha proiettato l’ultimo album “È sempre bello”. «Finito il tour precedente mi sentivo in overdose da concerti, ma dopo pochi mesi già non stavo più nella pelle dalla voglia di ripartire», spiega. «L’Arena di Verona, dopo il bagno di folla estivo a Rock in Roma, ha rappresentato una grande cornice per ricominciare. Poi sono arrivati i palasport».

Che effetto le fa questo secondo Forum?
«Lo stesso del primo e degli altri grandi palcoscenici toccati da questo tour; non sentirmi più solo un fenomeno romano. Quello di suonare “all’estero”, infatti, è un risultato che non ho mai dato per scontato».

Ha inserito nello spettacolo pure una sua testimonianza video sulla questione migranti.
«Se non fai il doppiatore è dura leggere il testo di un video, perché finisce fatalmente col sembrare una lettera alla mamma. Così ho chiesto ad una persona di farmi delle domande e ho risposto a quelle, poi, grazie al montaggio, è venuto fuori un discorso. Il concerto rimane concerto, ma chi sta davanti ad un pubblico come quello dei palasport è giusto che dica qualcosa, anche per farsi conoscere sotto una luce diversa. D’altronde viviamo tempi in cui non puoi scappare di continuo».

Di cosa parla nel filmato?
«Di un mio amico che va volontario sulle navi dell’ong Open Arms a salvare vite in mare. Anche se affronto la questione dal punto di vista strettamente umanitario e non da quello delle politiche migratorie, perché so benissimo che la situazione è molto più complessa della semplificazione che se ne fa, rimane un argomento sensibile. A Roma mi conoscono, sanno come la penso, e davanti a quel video non è volata una mosca. In tour qualche fischio isolato arriva, ma sta già nel conto».

Il testo de “La tua canzone” dice “Amare te è facile come odiare la polizia”. Un po’ forte, no?
«Il pezzo non è certo “acab”, ma io da certi pestaggi, da certe vicende come quella di Cucchi, su cui ho scritto “Costole rotte”, sono rimasto molto impressionato. Basta pensare che da ragazzino il mio film preferito era “L’odio”. Punto il dito sugli eccessi non sulla professione in sé. Tra i miei fan ci sono poliziotti e carabinieri che sono persone bravissime».

Quanto condizionano i giudizi sui social?
«Mi sono ritrovato davanti il “mostro” ai tempi del successo dell’album “Faccio un casino”, quando in un paio di mesi passai da 60 mila followers a 500 mila. In quella circostanza mi feci prendere la mano dal mezzo, postando dalla mattina alla sera. Poi, per fortuna, col tempo sono riuscito a staccarmi un po’ e ne ho apprezzato subito i benefici. Con Internet bisogna andarci cauti».