Michelangelo Merisi detto il "Caravaggio": Cena in Emmaus
Michelangelo Merisi detto il "Caravaggio": Cena in Emmaus

Milano, 6 febbraio 2019 - Un dialogo emozionante fra due maestri della «luce». Un confronto fra due capolavori della storia dell’arte: Cena in Emmaus di Caravaggio, una delle opere più significative della Pinacoteca di Brera, e la Cena dei pellegrini di Emmaus di Rembrandt proveniente dal Musée Jacquement- André di Parigi; sarà possibile ammirarle, insieme, per tre settimane - sino al 24 febbraio - grazie ad un accordo fra le istituzioni museali.

Colpisce il realismo di Caravaggio e, rispetto alla versione di Londra del 1602, la Cena in Emmaus di Brera del 1606 riflette la condizione errante del Caravaggio più maturo, fuggitivo da Roma dopo l’assassinio di Ranuccio Tomassoni, avvenuta il 28 maggio 1606. Accentuata la tecnica del chiaroscuro, un’esecuzione pittorica più rapida (in una prima versione, svela Andrea Carini, responsabile del laboratorio di restauro, l’artista aveva concepito una finestra aperta su un paesaggio che in un secondo momento decide di coprire realizzando il fondo scuro), completamente diversa da Rembrandt che usa piccoli tocchi.

L’artista olandese aveva 23 anni quando dipinse su un foglio di carta applicato ad un piccolo pannello ligneo l’incontro di Gesù con i due pellegrini a Emmaus. La luce nel dipinto di Caravaggio arriva da sinistra mentre nell’opera di Rembrandt proviene da destra, da una candela nascosta dalla figura di Cristo, che si riflette, potente sul muro giallo. «Rembrandt gioca sulla presenza e assenza del Cristo - fa notare Letizia Lodi, storica dell’arte della Pinacoteca di Brera -. Una sorta di esplosione luminosa spinge all’indietro il discepolo incredulo e il suo movimento ci aiuta a cogliere il soprannaturale della scena; il Cristo appare in controluce, con il corpo inclinato indietro». Aldilà delle differenze quello che avvicina questi due maestri indiscussi del Seicento, «è la drammatizzazione, il modo in cui colgono le reazioni dei personaggi, oltre alla resa straordinaria dei contrasti di luce e ombra».

L’altro fil rouge che risalta dall’accostamento delle due opere è legato al luogo scelto per ambientare l’episodio evangelico: il disadorno spazio di una taverna con i pochi oggetti sulla tavola, luoghi nei quali il chiaroscuro caravaggesco e addirittura il controluce di Rembrandt lasciano spazio a due rappresentazioni di Cristo indimenticabili. Che in Rembrandt è un Cristo pellegrino e straniero, iconografia di antiche origini medievali e successivamente collegata al pellegrino cristiano dove la strada su cui cammina «diviene il simbolo del viaggio reale del pellegrino e della condizione dell’uomo, viandante in transito sulla terra verso l’eternità». Riflessione più che attuale.