Valerio Frezza, alias “Valo” della band “The brightest room”
Valerio Frezza, alias “Valo” della band “The brightest room”

Milano, 6 aprile 2017 - La voce dell’Atm è rock. All’altoparlante del metrò Valerio Frezza, alias “Valo” della band “The brightest room”. Classe 1966, è compositore, bassista e chitarrista, attivo dagli anni Ottanta nell’underground milanese, in tutti i sensi: anche in metropolitana fa sentire la sua voce. In Atm da dieci anni, da due dispensa annunci di info-mobilità. E il 22 aprile lancerà il primo Lp, “Exit”, in occasione del Record Store Day da Psycho Dischi.

L’annuncio più curioso?

«Ricordo un litigio fra fidanzati in metropolitana. Parlo per dare un’indicazione, lei si ferma e guarda il ragazzo: “Ma chi è questo controllore tenerone”? È stato divertente, ha colto la voce profonda. Capita che ogni tanto devi intervenire perché si perde qualche bambino, si è un po’ distratti, ma c’è sempre stato l’happy end. Odio invece gli annunci brutti, che potete immaginare, ma per fortuna sembrerebbero in calo».

Quando ha scoperto questo lavoro?

«Per 20 anni sono stato agente di viaggio. Con la “botta” del turismo dopo le Torri Gemelle ho deciso di cambiare settore. Non mi piaceva più. Sono stato assunto in Atm e finalmente adesso faccio sentire la mia voce a tutti e tutto l’anno».

Quali sono i requisiti del mestiere?

«Penso che l’impostazione della voce sia importante. Bisogna sapere le lingue, ciascuno di noi ne conosce due o tre. Io so l’inglese benissimo, il francese, qualche parola in spagnolo, una in tedesco e volendo il milanese, anche se è in via d’estinzione. Se dovesse servire sono pronto».

Peccato non possa fare annunci cantando.

«A quello pensa la band. Il progetto è partito da solista tanti anni fa, da un anno ho creato il gruppo e abbiamo inciso il primo Lp, ‘Exit’. Franco Caforio, ex batterista dei Litfiba, ha prestato le sue bacchette e tre pezzi sono cantanti da Daniela Zebra. È un’attività parallela al mio lavoro, poi quel che sarà sarà».

Ha provato a scrivere pezzi anche in metrò?

«In genere scrivo al Parco delle Favole di Affori, oppure in autobus, rubo immagini dal finestrino. Soprattutto quando passo dalle periferie, ci sono delle architetture e degli scorci fantastici. C’è sempre Milano nelle mie canzoni. Come ‘Block’, una vita nel condominio».

Quando è iniziato il percorso musicale?

«Ho cominciato a scrivere a 15 anni, frequentavo il Parini, ho preso in mano il basso a 16 anni. La maggior parte delle canzoni di Exit sono state scritte tra il 1984 e il 1987 e alcune come ‘Eye’ facevano già parte del repertorio della mia vecchia band, gli Impulsive Youth, diciamo che ho fatto di tutto per non portarle alla luce prima. The brightest room significa la stanza più luminosa. Un luogo nel quale trovare rifugio dal buio e dal grigiore del quotidiano. Un luogo dove ritrovare se stessi ed essere inondati da una luce accecante che è vita, gioia e speranza. È una stanza della quale io per primo ho voluto varcare la soglia».

Il cavallo di battaglia?

«Del disco direi ‘Exit’, perché ho impiegato 28 anni per comporla e ancora oggi non è terminata. Quel brano in pratica è la mia vita, finirò di scriverla quando sarò morto».

Il sogno nel cassetto?

«Scrivere canzoni che la gente possa cantare sotto la doccia. L’immediatezza è una grande sfida».