"Noi, vittime degli indennizzi"
"Noi, vittime degli indennizzi"

Milano, 12 maggio 2018 - Il capotreno Carlo Di Napoli, che ha rischiato di perdere un braccio per il colpo di machete sferrato da un salvadoregno alla fermata di Villapizzone. Rosita Solano, insegnante di Rho, figlia dei coniugi massacrati nella loro casa a Palagonia, in provincia di Catania. Gigliola Bono, madre di Monia Del Pero, 19enne strangolata nel 1989 dall’ex fidanzato nel Bresciano. Vittime di reati violenti che si sentono «invisibili, abbandonati dallo Stato». E portano avanti una battaglia per ottenere giustizia. Processi lunghi, spese continue per assistenza legale, medica o psicologica. Risarcimenti che restano sulla carta e, nei casi più “fortunati”, si traducono in elemosina di Stato. Al dolore per la perdita di una persona cara si aggiunge il senso di ingiustizia. Quando i responsabili di un reato sono nullatenenti, infatti, dovrebbe essere lo Stato a farsi carico dei risarcimenti stabiliti dai giudici. E qui scatta la beffa. Gli indennizzi regolati dalla legge 122 del 2016 per le vittime di reati violenti o per i loro familiari si traducono in una sorta di elemosina di Stato: massimo 8.200 euro per l’omicidio, 4.800 euro per lo stupro, non più di 3.000 euro per gli altri reati. Per ottenere l’indennizzo, tra l’altro, le vittime devono avere un reddito annuo non superiore a 11mila euro. Nel caso in cui l’autore del reato non è perseguibile, perché ad esempio ritenuto incapace di intendere e di volere, il risarcimento è pari a zero. «Chiediamo che il nuovo Governo, di qualsiasi colore esso sia, non continui a giocare e risolva questo problema», spiega Paola Radaelli, presidente dell’Unione Nazionale Vittime (Unavi). «Abbiamo promosso una raccolta firme - prosegue - e porteremo la nostra battaglia davanti al Parlamento europeo».

Alcune vittime - come Federica Pagani Raccagni, vicepresidente Unavi e moglie del macellaio di Pontoglio Pietro Raccagni colpito durante una rapina e morto dopo 11 giorni di agonia - hanno tentato la strada di una causa nei confronti della presidenza del Consiglio, per inottemperanza alla direttiva europea 80 del 2004 per l’equo risarcimento, applicata «solo parzialmente» dallo Stato italiano, con 11 anni di ritardo e dopo avere subito due infrazioni da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. «Sto aspettando la decisione del giudice - racconta Federica Raccagni - sono intenzionata ad andare avanti, fino in Europa». Rosita Solano, dettaglio che si inserisce nel mare di dolore dopo quel giorno che ha stravolto la sua vita, continua a pagare le spese per la corrente elettrica della villetta di Palagonia dove furono massacrati i suoi genitori. La casa resta sotto sequestro, ma bisogna mantenere in funzione il frigorifero e il congelatore perché gli alimenti all’interno, se dovessero deteriorarsi e fuoriuscire, rischierebbero di inquinare la scena del crimine. «Quando i miei genitori sono stati uccisi ho ricevuto una telefonata da parte dell’allora ministro Angelino Alfano - racconta - poi più nulla. Nessuno si è fatto avanti per offrirci supporto psicologico, ci siamo sentiti invisibili e traditi dallo Stato, mentre invece chi ha massacrato i miei genitori è tutelato e protetto».

Il processo di primo grado a carico del 18enne ivoriano ospite del Cara di Mineo Mamadou Kamara, accusato di aver ucciso per rapina Vincenzo Solano e la moglie Mercedes Ibanez, è in corso a Catania, la prossima udienza è fissata per il 21 giugno. Anche in caso di Condanna definitiva non pagherà nulla, perché è nullatenente. «Sono sempre stata una persona tranquilla, timida e riservata - spiega Rosita Solano - questa tragedia ha fatto emergere un lato del mio carattere che non conoscevo, ho trovato la forza di lottare per tutte le vittime di reati violenti e mi sono salvata dalla depressione». Il capotreno Carlo Di Napoli sta valutando, con l’avvocato Luca Ponzoni, un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. I salvadoregni condannati per l’aggressione, subita anche dal collega Riccardo Magagnin, sono nullatenenti: le spese restano sulle spalle di chi ha subito il crimine. Gigliola Bono, quasi trent’anni dopo l’omicidio della figlia, continua a lottare, con ricorsi che rimbalzano tra uffici giudiziari. Intanto l’assassino è tornato in libertà.