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7 mar 2018

Donne vittime di abusi, non è l’abito che fa la violenza/ FOTO

"Com’eri vestita?". Dalla domanda spesso rivolta a chi ha subìto uno stupro una mostra-denuncia a Milano

7 mar 2018
marianna vazzana
MILANO 06/03/2018 - FABBRICA DEL VAPORE - MOSTRA VESTITI  DELLE VITTIME DI STUPRO -       - FOTO MARMORINO/NEWPRESS
Le donne del gruppo Libere Sinergie
MILANO 06/03/2018 - FABBRICA DEL VAPORE - MOSTRA VESTITI  DELLE VITTIME DI STUPRO -       - FOTO MARMORINO/NEWPRESS
Le donne del gruppo Libere Sinergie

Milano, 7 marzo 2018 - «Ero a scuola per un corso pomeridiano, ero una ragazza introversa e silenziosa. Mi vestivo con maglioni e pantaloni larghissimi, mi nascondevano ed era quello che volevo. Quando sono andata in bagno lui mi ha seguita. Mi ha violentata e mi ha lasciata per terra». Appesi ci sono un maglione grigio e un paio di jeans, come fossero dentro un armadio, pronti per essere indossati. Invece, per la vittima, saranno sempre “quei vestiti”, macchiati da segni invisibili. Gli stessi che porta nel cuore e che pesano come macigni.

Sono i vestiti che indossava il giorno in cui ha subìto una violenza. Su pannelli bianchi affiorano maglioni e jeans, vestiti a fiori, tailleur, tute, pigiami. Pure una divisa da lavoro. Tutti «abiti normalissimi, uguali a quelli che ciascuna di noi indossa ogni giorno», spiega Simona Sforza, presidente dell’associazione Libere Sinergie che per la prima volta a Milano presenta la mostra “Com’eri vestita?” (alla Fabbrica del Vapore di via Procaccini, nello spazio The Art Land, da domani fino a domenica), sul modello della prima installazione allestita all’Università dell’Arkansas nel 2013. Un titolo che richiama una domanda ricorrente, spesso rivolta alle vittime, impregnata di stereotipi, «perché – continua Sforza –, presuppone l’idea che la donna avrebbe potuto evitare lo stupro se avesse indossato abiti meno provocanti. Provocanti?». A questa idea, la mostra risponde replicando gli indumenti che donne violentate indossavano al momento dello stupro. Indumenti semplici, della quotidianità, ma anche gonne e abiti che esaltano la femminilità. «Un no è un no, e nessun abbigliamento né atteggiamento giustifica la violenza. Con la mostra vogliamo smantellare il pregiudizio che colpevolizza la donna che subisce. La colpa è sempre e solo di chi commette la violenza. Il “se l’è cercata” è duro a morire, auspichiamo una maggiore responsabilità da parte di tutti».

Le storie, 16, in particolare di Milano e provincia, sono state raccolte da Nadia Muscialini, psicologa attiva in progetti antiviolenza, e da altre donne che fanno parte dell’associazione. Ad aprire l’installazione c’è una replica degli indumenti indossati da Jessica Faoro, la 19enne uccisa a Milano dal tranviere Alessandro Garlaschi lo scorso 7 febbraio: la felpa di un pigiama e pantaloni della tuta. Proprio a Jessica è dedicato l’evento. Accanto a ciascuna esperienza, scritta in 4 lingue (italiano, inglese, francese e spagnolo), si abbinano i capi indossati, così come descritti dalla vittima. «Ho accettato il passaggio a casa, non era tardi. Si è fermato in un parcheggio isolato e ha chiuso tutte le portiere. Era una belva. Indossavo una gonna e un top estivo». Ancora: «Cerco le chiavi e in un attimo vengo sbattuta per terra. Lui mi sta sopra e mi schiaccia il viso sul marciapiede. Indossavo una gonna, una camicetta e una giacca». Tra le testimonianze, anche quella di una donna non vedente: «Finalmente una laurea in legge. Tailleur grigio e camicia bianca. Un collega mi ha violentata e nel buio del mio mondo mi ha sussurrato: “sei una povera cieca”». «Una doppia ferita, per una donna disabile. Lavoreremo per rendere la mostra sempre più accessibile», commentano Erica Monteneri, del’Unione italiana ciechi e ipovedenti, e Martina Gerosa, in rappresentanza del Pio istituto dei sordi. E c’è spazio per nuove testimonianze: chi avesse una storia da raccontare, può scriverla e lasciarla dentro una scatola. La mostra sarà itinerante. Info su www.liberesinergie.org.

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