Giuseppe Pellicanò  e la compagna Micaela Masella
Giuseppe Pellicanò e la compagna Micaela Masella

Milano, 8 luglio 2016 - Le due figlie di Micaela Masella, la donna rimasta uccisa il 12 giugno scorso dall’esplosione della palazzina di Via Brioschi, e di Giuseppe Pellicanò, il presunto responsabile della strage, andranno a vivere dai nonni materni. Il tribunale dei Minorenni ha accolto la richiesta del pm dei Minori affidandole al Comune con collocamento presso i genitori di Micaela, Aldo Masella e Renata Bestetti. Le due bambine - 11 e 7 anni - sono ancora ricoverate all’ospedale Niguarda perché hanno riportato gravi ustioni sul 35% e sul 45% del corpo. Dopo quasi un mese di ospedale stanno meglio e dovrebbero essere dimesse nel giro di pochi giorni. Dopodiché comincerà un difficile ritono alla normalità. La mamma non c’è più, il papà (a cui loro erano molto legate) è in carcere accusato di essere l’autore della strage. Nello scoppio è morta anche la coppia di fidanzati 27enni, Chiara Magnamassa e Riccardo Maglianesi, che abitavano nell’appartamento a fianco.

Pellicanò era depresso per la decisione della compagna di lasciarlo e di andare a vivere insieme al nuovo fidanzato. Il pubblicitario milanese ha ammesso davanti al gip Giusy Barbara di aver svitato il tubo del gas provocando quella fuga di metano che ha originato l’esplosione. Ha tuttavia fatto mettere a verbale di non essersi reso conto delle conseguenze che quel gesto avrebbe potuto provocare. Di certo, ha assicurato al giudice, non voleva far male alle bambine e alla compagna. La notte precedente all’esplosione era sotto effetto di pscicofarmaci: "Avevo preso farmaci in tempi ravvicinati e una dose maggiorata di Lendormin, perché la sera prima non avevo riposato. Avevo anche preso lo Xanax ed ero in uno stato psicologico di euforia ebete". Nel verbale del primo interrogatorio si legge che Pellicanò pur rassicurando la sorella e mostrando un atteggiamento sereno rispetto alla separazione dalla compagna Micaela, in realtà non accettava la decisione di lei di chiudere definitivamente, perché ne era ancora innamorato e confidava su un suo ripensamento. La crisi coniugale era iniziata tempo prima, almeno due anni prima, lui scrive il suo dolore in una lettera ritrovata sotto le macerie e nei messaggi WhatsApp parlando di un "lungo calvario". "Sono disperato perché vedo sgretolarsi la cosa a me più cara, mentre lei si ricostruisce pian piano e trova un amore nuovo al difuori della sua famiglia, io provato da anni di frustrazione e sofferenza inenarrabile mi trovo di nuovo a raggiungere il fondo". Il manoscritto di Pellicanò contiene - in tempi non sospetti - un riferimento inquietante alla casa di via Brioschi 65: "Questa casa ha avuto più problemi delle altre...sarà un caso? Era una sorta di avvertimento?". Pellicanò aveva coinvolto l’appartamento nella genesi della crisi di coppia.