Gabriella Vitali, vedova di Luigi D'Andrea, ucciso nel 1977 a Dalmine da Renato Vallanzasca
Gabriella Vitali, vedova di Luigi D'Andrea, ucciso nel 1977 a Dalmine da Renato Vallanzasca

Bergamo, 11 luglio 2014 - «Da quasi 40 anni noi, familiari delle vittime, viviamo con l’ossessione di Renato Vallanzasca. Io torno anche stavolta a domandare una sola cosa: le sue scuse scritte, per il tanto male che ha fatto, e che non si faccia mai più vedere». Gabriella Vitali D’Andrea è la vedova del maresciallo Luigi, medaglia d’oro al valor civile, poliziotto il cui nome figura nella «lista nera» delle vittime del «bel René», il criminale che, con la sua banda, negli anni Settanta seminò il terrore tra Milano e l’hinterland.

Luigi D'Andrea cadde, a 31 anni, sotto i colpi di Vallanzasca al casello di Dalmine della A4 insieme al collega Renato Barborini, di appena 27. Era il 6 febbraio 1977. Da allora sulle spalle dell’ex bandito si sono accumulate condanne. Ora il suo avvocato, Debora Piazza, ha fatto sapere che «Vallanzasca da sei mesi sta mettendo da parte un po’ dei suoi soldi da destinare a un fondo per le famiglie delle vittime».

Signora D’Andrea, si parla di un possibile risarcimento...
«Soldi? Se avesse voluto risarcirci non avrebbe mai messo le mani sui 300mila euro frutto dei diritti del film dedicato a lui e sugli altri proventi dei vari libri. La verità è che sta solo cercando di coprirsi le spalle, sperando che qualche giudice ci caschi».

Teme che possa accadere?
«Osservo solo che, nonostante le reiterate denunce, a Vallanzasca è sempre stato ridato ciò che gli poteva benissimo essere tolto, a cominciare dalla semilibertà. È questa la certezza della pena? O ci sono, per questo soggetto, corsie preferenziali?».

Cosa ha provato di fronte alle ultime sortite dell’ex bandito?
«Tanta rabbia. Ma da quasi 40 anni andiamo avanti così. E, devo dirlo, i media ci cascano sempre. è il suo gioco».

Vallanzasca, però, adesso dice di essere stanco.
«Siamo stanchi noi, che sopportiamo la condanna peggiore: sentire e dover parlare dell’unica persona che vorremmo dimenticare».

Se potesse, cosa gli direbbe?
«Ciò che ho sempre domandato: si scusi e abbandoni la ribalta. Ha risposto che “scusarsi non è dignitoso”. Il resto fa parte del personaggio. E di una messinscena ogni volta più squallida. Ma per noi familiari è sempre una ferita che si riapre».