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29 apr 2022

Università e politica Porte aperte alle donne nella società

"La sorella maggiore". Così voleva essere chiamata Armida Barelli, nata a Milano nel 1882. Una vita dedicata all’impegno verso gli altri e all’amore per la formazione. E sono proprio queste sue caratteristiche ad averla spinta, tra le altre cose, a essere tra i fondatori dell’Università Cattolica e l’ideatrice di Gioventù femminile, una realtà che le ha permesso di aiutare migliaia di giovani donne provenienti da ogni parte d’Italia e da ogni ceto sociale. "Armida Barelli ha vissuto da protagonista alcuni passaggi fondamentali della storia italiana, come il ventennio fascista e l’avvento della democrazia – sottolinea Barbara Pandolfi, postulatrice della causa di beatificazione –. Tutto questo grazie a una fede operosa e incrollabile, che è stata anche e soprattutto fiducia negli altri e nel futuro". Quella fiducia verso gli altri è la stessa che ha spinto Barelli a intuire l’importanza di avere una formazione non solo religiosa, ma anche sociale e civile. Per questo ha insistito che l’università Cattolica fosse aperta fin da subito anche alle donne. "Il legame che lega il nostro ateneo ad Armida Barelli è fortissimo – sottolinea la prorettrice Antonella Sciarrone Alibrandi –. Con la sua fede immensa e incrollabile ha aiutato quel piccolo gruppi di amici a formare un istituto che oggi, a distanza di cent’anni, è diventato la più grande università cattolica di tutta Europa".

L’impegno di Barelli, però, non si ferma a Milano. Nel 1920, su sollecitazione di Papa Benedetto XV, inizia un’opera missionaria a Sian-Fu, nella Cina settentrionale. È lì che fonda, insieme alla Gioventù femminile, la Congregazione delle suore francescane missionarie del Sacro cuore, ancora oggi attiva. Dopo anni di instancabile attività, Barelli continua a usare la sua fede per affrontare i passaggi più delicati del secondo dopoguerra. Nel 1948 inizia a scrivere la storia della Gioventù femminile, giunta al suo trentesimo anniversario, e si impegna, dedicando anima e corpo, alla ricostruzione morale dell’Italia. Soprattutto in favore delle donne, cercando di accompagnarle nelle loro prime esperienze di partecipazione politica. "Gli insegnamenti che possiamo trarre dalla vita di Armida sono più che mai attuali – commenta Paolo Seghedoni, vicepresidente dell’Azione cattolica –. Perché ci aiutano a rompere gli schemi e immaginare nuovi modi di cosa significa far parte della chiesa". Dopo qualche anno di convivenza con la malattia – la paralisi bulbare –, Armida Barelli muore nel 1952 nella villa di famiglia a Marzio, in provincia di Varese. La sua salma, però, sarà presto trasferita nella cripta dell’Università Cattolica.

Gianluca Brambilla

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