Ultras
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Milano, 10 ottobre 2019 - Prima i capi della “Nord” interista arrestati e “daspati” per gli scontri di Santo Stefano che portarono alla morte dell’ultrà varesino Daniele Belardinelli. Poi l’indagine della Digos tifoserie sul lancio di petardi e bengala durante l’ultimo derby, con nove membri di spicco della “Sud” milanista denunciati e prossimi destinatari di daspo (per gli otto recidivi si profila un lunghissimo stop). Ora il giro di vite della Questura sul mondo ultras coinvolge anche il leader indiscusso (e pregiudicato) della curva rossonera Luca Lucci, quello della foto scattata a fianco dell’allora ministro dell'Interno Matteo Salvini all’Arena Civica.

Dopo il sequestro di un milione di euro eseguito nei suoi confronti nel giugno scorso, prima applicazione in Lombardia di una misura di prevenzione patrimoniale nei confronti di un esponente delle tifoserie organizzate, la Divisione anticrimine di via Fatebenefratelli ha inoltrato al tribunale la richiesta di due anni di sorveglianza speciale per il 37enne residente nella Bergamasca, arrestato nel maggio 2018 dagli agenti del commissariato Centro per la compravendita di più partite di hascisc (a luglio è arrivato il patteggiamento a un anno e mezzo), condannato tempo prima a 4 anni e 6 mesi per l’aggressione al tifoso interista della Banda Bagaj Virgilio Motta (che perse la vista dall’occhio sinistro e si suicidò tre anni dopo) e spuntato in diverse inchieste tra il 2006 e il 2012 «come soggetto implicato nel traffico di sostanze stupefacenti gestito dalla criminalità organizzata».

La prima udienza in tribunale (Lucci assente) si è svolta martedì mattina: i suoi legali hanno citato come teste anche un dirigente del Milan addetto ai rapporti con la tifoseria. Se i giudici della Sezione misure di prevenzione, presidente Fabio Roia, dovessero accogliere l’istanza della Questura, Lucci direbbe addio sia a San Siro che alle trasferte, visto che le limitazioni imposte a un sorvegliato speciale – dagli orari di rientro a casa al divieto di frequentare pregiudicati – sono incompatibili con la presenza assidua negli stadi. Il procedimento riguarda anche i beni sequestrati al capo ultrà quattro mesi fa: a rischio confisca l’abitazione e l’autorimessa nella Bergamasca, il locale aperto da Lucci "Clan 1899" in via Sacco e Vanzetti a Sesto San Giovanni (storico ritrovo della “Sud” ora affidato a un amministratore giudiziario), l’Audi intestata alla moglie del capo ultrà e i saldi dei conti corrente bancari.

Anche sul fronte del tifo nerazzurro le maglie si stringono. Un’altra proposta di misura presentata nei giorni scorsi dalla Questura riguarda l’ultrà dell’Inter Claudio Morra, 39 anni, storico esponente degli Irriducibili. Più volte denunciato e condannato per lesioni, minaccia e resistenza a pubblico ufficiale, reati commessi pure in occasione di partite di calcio, per gli investigatori Morra sarebbe socialmente pericoloso anche per i «legami con soggetti legati alla ’ndrina di Pioltello della famiglia Manno». Per lui, via Fatebenefratelli ha proposto ai giudici tre anni e mezzo di sorveglianza speciale con l’obbligo di soggiorno a Pioltello, nell’hinterland, dove vive. In pratica, l’addio allo stadio.

Morra è già stato sottoposto a sorveglianza speciale di due anni e nello scorso aprile ha ricevuto dal questore un “daspo” di tre anni che avrebbe dovuto tenerlo lontano dalle gradinate. Un mese fa, però, il Tar della Lombardia ha sospeso l’efficacia di quest’ultimo provvedimento. Il tifoso era stato trovato in possesso di un manganello telescopico durante i controlli della Digos dopo lo striscione in onore di Mussolini esposto da un gruppo di ultrà laziali in piazzale Loreto. Ma per i giudici amministrativi l’interista venne fermato troppo lontano da San Siro (in corso Como) perché si potesse collegare il manganello a un comportamento violento tenuto allo stadio.