Il treno deragliato a  Pioltello
Il treno deragliato a Pioltello

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Tre anni di rabbia e silenzi assordanti, Pioltello aspetta una giustizia che sembra non arrivare mai. Nove imputati dovranno rispondere davanti ai giudici di quel tragico 25 novembre 2018, quando al famoso "km zero" di Seggiano, alle 6.57 il treno 10452 diretto a Milano deragliò, sfrecciando per centinaia di metri prima del tremendo impatto. Tre donne morirono: Pierangela Tadini, Giuseppina Pirri, e Ida Milanesi. Cono loro, altri 46 pendolari rimasero feriti. Il procedimento penale, fatto di perizie e anni di attesa estenuante per le famiglie delle vittime, è appena iniziato. "Esiste un dovere morale nel fare giustizia – spiega Claudio Dotti, il responsabile della Protezione civile che quella mattina coordinò gli aiuti su Pioltello –. I processi italiani sono lunghissimi, ma una sentenza aiuta a innescare un’assunzione di responsabilità anche in chi si occupa di manutenzione, che sarà più attento anche in futuro". Ieri mattina, la sindaca di Pioltello, Ivonne Cosciotti, ha deposto una corona di fiori bianchi davanti alla targa commemorativa. "Non vogliamo una nuova Viareggio – ha detto –. Pioltello è stata già colpita duramente, due nostri concittadini sono morti in incidenti ferroviari: Donata Pepe nel 2016 e l’anno scorso il macchinista Mario Dicuonzo. Chiediamo giustizia anche per loro". Patrizia Tossi 


"L’ho detto e l’ho fatto. Ho detto che non sarei andata al processo e così è stato". La voce è ferma, il tono quello di chi sente di non avere molto da aggiungere a quanto ha detto in questi tre anni di sofferenza. Laura Trio è la madre di Alessandra Giuseppina Pirri, impiegata di 38 anni, la più giovane delle tre vittime della tragedia di Pioltello. Tre anni dopo. Tre anni da quella mattinata nebbiosa del 25 gennaio 2018. Il distacco di un pezzo di rotaia lungo 23 centimetri provocò il deragliamento del treno regionale Cremona-Milano Porta Garibaldi. Con Alessandra morirono Ida Maddalena Milanesi, neurologa di Caravaggio, in servizio all’Istituto Besta di Milano, e Pierangela Tadini, anche lei di Caravaggio. Nella chiesa parrocchiale di Caravaggio è stata celebrata una messa di suffragio. 

Signora Trio, ecco un altro anniversario.
"Non servono gli anniversari perché mi ricordi di mia figlia. Abbiamo lasciato la casa di Capralba e ci siamo trasferiti a Offanengo perché non c’era un ambiente, non c’era un angolo che non mi parlasse di mia figlia. Non sono andata e non andrò a nessun appuntamento in tribunale. Le domande sono sempre le stesse. Perché andare là? Perché soffrire di nuovo, soffrire più di quello che soffro ogni giorno, ammesso che sia possibile? Perché rivivere quella giornata? Me le ricordo minuto dopo minuto, attimo dopo attimo".
Ha fiducia nella giustizia? 
"Certamente. La giustizia ha fatto e farà il suo corso. Vadano avanti. Per me non cambia. Come ho detto altre volte, non è una questione di persone ma di sistema. Ci sarà un processo. Finirà. Ma nessun processo mi ridarà mia figlia".
Come vive oggi la madre di Alessandra?
"Come una persona che ha raggiunto una specie di compromesso con se stessa. Con il tempo ho accettato quello che è successo come si può accettare una disgrazia. Per mia fortuna sono cresciuta nell’amore. Sono stata amata e ho amato. Non conosco l’odio. Ho vicino a me la mia famiglia. È la mia forza. Ho lasciato perdere lo psicologo, ho lasciato perdere i farmaci. La mia forza è la famiglia. Quello che rimane della mia famiglia".




Sceglie di ricordare la madre senza nessuna dichiarazione Valentina Tagliaferri, la figlia ventiseienne di Ida Milanesi. Laureata in medicina come la madre, deve iniziare la specializzazione all’ospedale Humanitas di Rozzano. Nel frattempo presta la sua opera in un “Hotel Covid“ che accoglie le persone guarite dal contagio. L’udienza preliminare si è avviata un mese fa, nell’aula Fiera allestita in zona Portello. Sono nove gli imputati tra dirigenti, manager e tecnici di Rete ferroviaria italiana, oltre alla società stessa che si occupa della manutenzione delle linee, a doversi difendere, a vario titolo, dalle accuse di disastro ferroviario colposo e lesioni colpose plurime. Sono 103 le parti lese. E fra chi è alla sbarra c’è chi vuole patteggiare. Tre anni e mezzo è la pena proposta da Ernesto Salvatore, già capo del Nucleo manutentivo lavori di Treviglio. Sull’istanza c’è il parere favorevole dei pm Maura Ripamonti e Leonardo Lesti.