Scontri tra tifosi
Scontri tra tifosi

Milano, 8 gennaio 2019 - Farà ricorso al tribunale del Riesame per chiedere la scarcerazione, Marco Piovella, uno dei capi della curva nord interista, tra i quattro arrestati per rissa aggravata nell’inchiesta sugli scontri tra ultras scoppiati in via Novara, lo scorso 26 dicembre che hanno portato alla morte di Daniele Belardinelli, detto Dede. Lo ha annunciato uno dei suoi legali, l’avvocato Mirko Perlino, dopo che ieri il gip Guido Salvini ha respinto l’istanza di domiciliari presentata dalla difesa. L’istanza di scarcerazione, stando a quanto chiarito dal legale Perlino, che difende Piovella assieme all’avvocato Carlo Melzi D’Eril, sarà depositata al Riesame nei prossimi giorni. A parte «il rammarico dimostrato negli interrogatori per la morte dell’amico», scrive il gip, «dovuta peraltro a fatti che egli stesso ha contribuito in modo importante a generare, non vi è stato da parte dell’indagato alcun cenno di riflessione critica sulle condotte proprie del mondo di cui fa parte con un ruolo di leadership».

Piovella, 34 anni, fa parte del cosiddetto “Direttivo degli Ultras della curva Nord in rappresentanza dei Boys” e che ha concorso «a tutte le più importanti decisioni che riguardavano l’attività di tali gruppi». Riguardo alle «condizioni legittimanti il mantenimento della custodia cautelare in carcere» per il capo curva, detto “il Rosso”, il gip ricorda che Piovella è indagato per rissa aggravata «punibile sino a cinque anni di reclusione e che l’episodio concretamente si pone a livelli molto elevati di gravità».

Inoltre, a prescindere dall’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio volontario (i pm hanno iscritto per questo reato, anche a garanzia, tutti coloro che erano presenti agli scontri), Piovella è accusato anche di «lesioni volontarie» e dell’utilizzo «in concorso con gli altri aggressori, di razzi, petardi, bastoni e coltelli nell’ambito di una manifestazione sportiva», oltre che di «porto di bastoni e coltelli». Da ciò deriva che «è prospettabile l’irrogazione nei suoi confronti di una pena non inferiore a tre anni di reclusione, circostanza quindi che legittima il mantenimento della misura cautelare più grave». Per il gip non ci sono elementi che «rendano possibile l’applicazione» dei domiciliari, misura che «per le caratteristiche dei mezzi di comunicazione attuali, non sarebbe in alcun modo sufficiente a troncare i rapporti fra l’indagato il suo ambiente».