Gli arresti della guardia di finanza
Gli arresti della guardia di finanza

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L’ingegner Angelo Bianchi, ex funzionario del Provveditorato alle Opere pubbliche della Lombardia arrestato il 12 ottobre 2015 insieme all’allora vicepresidente della Regione Mario Mantovani, è stato condannato dalla Corte dei Conti a risarcire 761.367,57 euro all’ente per il quale ha lavorato per tanti anni. La vicenda inizia poco meno di sei anni fa, quando Bianchi, Mantovani e il suo braccio destro Giacomo Di Capua vengono arrestati dalla Guardia di finanza, in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Stefania Pepe su richiesta del pm Giovanni Polizzi. L’inchiesta ricostruisce le pressioni che il numero due dell’epoca di Palazzo Lombardia (che per quelle accuse è stato condannato in primo grado a 5 anni e 6 mesi) avrebbe messo in atto nei confronti del provveditore interregionale per le opere pubbliche Pietro Baratono per far sì che quest’ultimo restituisse a Bianchi, già indagato a Sondrio per corruzione e turbativa d’asta, le deleghe che gli erano state tolte dal predecessore vicario pro tempore Alfio Leonardi.

Agli atti finiscono anche le dichiarazioni, rese nell’ambito di un altro fascicolo aperto a Pavia, dell’imprenditore Alberto Brera su un presunto giro di mazzette che ruoterebbe attorno a Bianchi: il manager sostiene di aver versato regolarmente denaro, circa il 4-5% del valore complessivo dei lavori, per evitare che il funzionario tramutasse in realtà le minacce di non corrispondergli il pattuito per lo stato di avanzamento lavori, di frapporre ostacoli nell’esecuzione delle opere già affidate e di non invitare più l’azienda ai nuovi bandi. Un sistema che sarebbe andato avanti almeno dal 1998 al 2006 e che, tra le altre cose, avrebbe garantito a Bianchi "opere di edilizia nelle sue proprietà, cure dentali per sé e i suoi familiari" e "giocate al Casinò". Bianchi patteggia tre anni di reclusione il 19 ottobre 2016, con sentenza divenuta irrevocabile un mese dopo. Poi scatta il procedimento parallelo della Corte dei Conti della Lombardia, che in primo grado porta alla condanna a risarcire 761.367,57 euro: 500mila euro come danno d’immagine al Provveditorato e 261.367,57 euro come danno da tangente.

Accolta quasi in toto la richiesta della Procura, se non per i circa 50mila euro contestati (ma non adeguatamente motivati) per "prestazioni sessuali e servizi di ristorazione" in un hotel di Pavia (1.505 euro) e per "soggiorni a Montecarlo" (48.001,56 euro). Quel verdetto dispone pure la conversione in pignoramento del sequestro conservativo disposto nei confronti di Bianchi il 19 gennaio 2018. Ora è arrivata anche la sentenza della Seconda sezione centrale d’Appello, che ha confermato quanto stabilito in primo grado. I giudici hanno evidenziato "il consistente flusso di denaro" indirizzato a Bianchi, testimoniato dalle dichiarazioni di Brera e dalle conferme trovate dalle Fiamme Gialle. Per la Corte, in definitiva, il danno erariale da tangente "rappresenta il maggior costo" che il Provveditorato ha dovuto sostenere "a causa della traslazione su di essa dell’onere illecito che il privato ha sostenuto per compensare illecitamente il pubblico funzionario operante in una posizione in grado di assicurargli utilità o evitargli disagi". Di più: "L’insussistenza di significative anomalie nelle procedure non costituisce certificazione di economicità, in grado di neutralizzare l’impatto della dazione illecita sui costi che il Provveditorato ha finito per sostenere. E ciò anche tenuto conto del fatto che i ribassi delle basi di gara, come risulta dalle annotazioni della GdF in atti, venivano concordati, in modo da pilotare le aggiudicazioni".

Per quanto riguarda il danno d’immagine, la Corte ha elencato tutti i reati contestati a Bianchi, ritenendole in grado di "pregiudicare la reputazione, il prestigio e la credibilità" dell’ente pubblico: dalle pressioni sul provveditore, in concorso con Mantovani, al colloquio di lavoro per una conoscente concordato con il responsabile di una ditta aggiudicataria di un appalto, fino ai viaggi nel Principato di Monaco pagati da Brera. "In relazione a tali condotte – la chiosa –, grandemente mortificanti la prestigiosa funzione esercitata, l’effetto pregiudizievole si è poi realmente prodotto a seguito dell’ampia risonanza mediatica che la vicenda ha avuto". E di conseguenza "quelle condotte non si sono limitate a ledere il bene protetto dalla norma incriminatrice, ma hanno prodotto l’ulteriore effetto di ledere le qualità reputazionali dell’amministrazione di appartenenza del reo, generando discredito su di essa".