Attilio Fontana
Attilio Fontana

Milano, 14 maggio 2019 - «Sono più sereno e ho chiarito tutto». Il presidente della Lombardia Attilio Fontana parla a un nugolo di cronisti che lo attendono da più di tre ore all’ingresso degli uffici della Polizia giudiziaria di via Pace, a pochi passi da Palazzo di Giustizia. È terminato da poco l’interrogatorio davanti ai pm che gli contestano l’abuso di ufficio per la nomina in Regione Lombardia di un suo ex socio di studio legale. A chi gli chiede come abbia spiegato ai magistrati l’incarico assegnato all’ex socio di studio Luca Marsico, Fontana risponde: «Questo chiedetelo ai magistrati».

Agli inquirenti che gli hanno fatto presente che alcuni suoi collaboratori, sentiti a verbale, hanno raccontato che fu lui a decidere la nomina di Marsico per quell’incarico, Fontana risponde rivendicando che fu di certo una sua scelta: voleva collocarlo lì e lo feci a fine ottobre scorso perché non poteva disperdere le sue competenze. E poi, tra le varie possibilità che si erano presentate, aveva scelto per lui la più vicina alle sue passate esperienze e anche la meno lucrosa (un incarico da 11.500 euro all’anno). Altre collocazioni del resto erano escluse, dato che Marsico aveva cessato da poco di essere consigliere regionale e per due anni per legge non poteva assumere altri incarichi pubblici.

E ai pm che gli hanno contestato che quell’incarico passava però attraverso un «avviso pubblico» cui risposero in 60, il presidente leghista Fontana ha spiegato che quell’avviso, in realtà, non attivava alcuna procedura di gara o selezione, non prevedeva una selezione né una graduatoria sui curricula. Sarebbe spettato comunque a lui scegliere la persona giusta. Anche se, per la verità, nell’invito a comparire che gli hanno consegnato nei giorni scorsi gli inquirenti contestano al numero uno del Pirellone anche la circostanza di non essersi astenuto dalla nomina di Marsico «in violazione dei prinicipi di trasparenza e imparzialità della pubblica amministrazione».

«Sono fatti da niente, si parla di nulla – taglia corto l’avvocato Jacopo Pensa, legale del presidente – è tutto molto chiaro, poi ognuno fa le proprie valutazioni». E ancora: «Più chiaro di così non poteva essere, questo lo hanno inteso anche loro, tutto perfettamente coincidente coi fatti che sono avvenuti. Abbiamo discusso su tutte cose di fatto e non di diritto, come rivedere un film dall’inizio ai titoli di coda».

Nel faccia a faccia con i pm Silvia Bonardi, Luigi Furno e Adriano Scudieri, Fontana avrebbe confermato, come del resto emerge da alcune intercettazioni, di aver chiesto a Nino Caianiello, ex coordinatore di Forza Italia a Varese - arrestato nella più ampia indagine della Dda e ritenuto il “burattinaio” di un vasto sistema corruttivo - di trovare una soluzione per Marsico nel marzo dello scorso anno. E ha ammesso anche di aver ricevuto da lui una proposta che per gli inquirenti fu un’istigazione alla corruzione nei confronti del presidente Fontana, il quale però ha spiegato di non averla percepita come tale e di non averla perciò denunciata. D’altra parte, avrebbe aggiunto il numero uno leghista del Pirellone, con Caianiello doveva parlare perché di fatto era lui il coordinatore di Forza Italia nel Varesotto. Su questo fronte, sentito ieri dal gip Raffaella Mascarino, il dg dell’ente pubblico Afol Giuseppe Zingale - cioè il personaggio che stando alla proposta Caianiello una volta promosso in Regione avrebbe poi affidato laute consulenze all’ex socio di Fontana - ha spiegato al giudice che dal canto suo voleva solo «dare una mano a una persona che conosco da anni e che stimo», ossia l’avvocato Marsico.