Il disastro ferroviario di Pioltello
Il disastro ferroviario di Pioltello

Milano, 16 novembre 2020 - Parti lese centotré, imputati nove, avvocati a decine, familiari chissà. È con questi numeri incerti ma non trascurabili in tempi di virus (attese fino a 200 persone) che prende il via da oggi l’udienza preliminare per la strage di Pioltello, il treno dei pendolari deragliato quasi tre anni fa con tre passeggere morte e una cinquantina di feriti.

Per l’occasione, visto che nessuna aula di Palazzo di Giustizia avrebbe potuto ospitare un maxi-processo del genere in epoca di mascherine e distanziamento sociale, la carovana di magistrati, avvocati, cancellieri, parti in causa, eventuale pubblico e giornalisti si trasferirà stamani in zona Portello, dove non lontano dallo spazio che ospita l’ospedale covid si inaugura l’“aula Fiera“, spazio gigantesco allestito in base a un accordo fra Tribunale ed Ente Fiera, destinato per l’appunto ad ospitare, d’ora in poi, le udienze giudiziarie più affollate purché non riguardino imputati detenuti, per ovvie ragioni di sicurezza. 

Dunque da oggi sono in nove, tra dirigenti, manager e tecnici di Rete ferroviaria italiana (Rfi) oltre alla società stessa che si occupa della manutenzione delle linee, a doversi difendere a vario titolo dalle accuse di disastro ferroviario colposo, omicidio colposo e lesioni colpose plurime per la tragedia del 25 gennaio 2018. Quella mattina il regionale Cremona-Milano Garibaldi delle 5.32, con a bordo 350 pendolari, si fermò definitivamente a Pioltello. Nel deragliamento, provocato dal distacco di un pezzo di rotaia lungo 23 centimetri, le prime due vetture con il macchinista proseguirono la corsa per qualche decina di metri, la terza si schiantò contro un palo. Dopo oltre due anni di indagini e una serie di consulenze tecniche, la Procura nell’ottobre di un anno fa chiuse l’inchiesta imputando la cattiva manutenzione dei binari ai nove dipendenti di Rfi.

A fine luglio scorso, la richiesta di rinvio a giudizio per quei nove tra cui l’ex ad Maurizio Gentile. I pm Maura Ripamonti e Leonardo Lesti hanno invece chiesto l’archiviazione per due dirigenti di Trenond e per la stessa società, responsabile per la manutenzione dei treni, ma anche per direttore e vice dell’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie addetti ai controlli.  Stando alle imputazioni, i dirigenti di Rfi non avrebbero messo a disposizione di chi viaggiava «attrezzature idonee ai fini della sicurezza», non garantendo perciò «che l’infrastruttura fosse mantenuta in buono stato di efficienza per la sicura circolazione». La maxi relazione dei consulenti ha chiarito che lo «spezzone di rotaia» si fratturò per «un danneggiamento ciclico irreversibile generato da condizioni di insufficiente manutenzione». E che il problema era noto noto ai vertici Rfi da almeno undici mesi.