Strage di piazza Fontana
Strage di piazza Fontana

Milano, 9 dicembre 2019 -  «Un paio di mesi dopo l’esplosione si è presentato in banca da me un signore con una cintura. ‘E la sua, gliela restituisco. L’ha usata con me per frenare l’emorragia’. Ricordavo un cliente in un lago di sangue, che di fatto aveva perduto la gamba sinistra, ma non ricordavo e non ricordo di essere intervenuto».  Il 12 dicembre 1969 Fortunato Zinni ha 29 anni e da sei è impiegato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, a Milano. Deve la vita a un comunicato sindacale. Se dei colleghi non l’avessero chiamato per firmarlo, anziché salire nell’ammezzato, sarebbe rimasto nel salone devastato dalla deflagrazione. Lavora all’Ufficio riscontro, in pratica i rapporti con i clienti, al centro del salone. Il venerdì pomeriggio alle quattro tutte le banche italiane chiudono. Solo quella dell’Agricoltura rimane aperta per una concessione speciale e ospita il mercato degli agricoltori.

«Verso le 16.30 ero in compagnia di due anziani clienti, Carlo Gerli, di San Donato, e Gerolamo Papetti. Stavano terminando una contrattazione. Il rituale prevedeva che i contraenti, una volta raggiunto l’accordo, si stringessero a mano e che il funzionario calasse il taglio della mano destra per tagliare la stretta. Poi si passava alla firma. Stavo per farlo quando sono stato chiamato dal mio collega Alessandro Sconfietti. Mi aspettavano su per firmare un comunicato come presidente della commissione interna della Banca. Era stato firmato il contratto di lavoro, la sera prima avevamo un’assemblea. Ho detto ai due clienti agricoltori di aspettarmi e sono salito. Ho fatto una rampa di scale, sono entrato in una saletta con una vetrata che dava su salone. Nel momento in cui mi sono appoggiato alla vetrata c’è stato un grande boato. Sono stato scaraventato a tre o quattro metri di distanza. Poi il buio. Sono arrivati i lamenti, le grida. La prima cosa che ho visto sono stati i volti insanguinati dei colleghi feriti dai frammenti di vetro. Come tutti ho cercato di raggiungere l’uscita. I telefoni squillavano all’impazzata. Ho risposto a uno. Era la questura che aveva ricevuto l’allarme. Dallo stesso telefono ho chiamato mia moglie. Mi sono lasciato trasportare dalla marea, in banca eravamo trecento impiegati oltre ai clienti. Potrà sembrare incredibile, ma pensavo che dovevo portare la ricevuta ai due agricoltori della contrattazione. Ricordo un cassiere con la pistola in mano, allora l’avevano, dopo gli assalti della banda Cavallero. Gridava: ‘Non toccate niente, io devo quadrare’, nel senso di chiudere i conti. C’erano impiegati che cercavano di recuperare le carte. Un collega copriva i morti con i rotoli di carta. Un altro cercava di spegnere con un estintore dei piccoli focolai che si erano accesi. Ho ritrovato i due agricoltori. Gerli era morto, Papetti sarebbe morto poco dopo. Mi sono trovato davanti il direttore Adino Bruno Bucchetti. Ha tirato fuori un foglio bianco una penna e me li ha consegnati. ‘Tu che le conosci, scrivi i nomi, che devo avvertire le famiglie’. Li ho scritti a macchina e a penna».

Fortunato Zinni è stato sindaco di Bresso dal 2008 al 2013. Nel 2007 ha pubblicato un libro, Piazza Fontana nessuno è Stato . «Con la S maiuscola, perché dopo avere seguito tutti i processi e letto gli atti, ho maturato la convinzione che la politica si è sostituita alla giustizia per impedire che si arrivasse alla verità». A breve una nuova edizione con al centro la storia delle vedove della strage. Si sente un sopravvissuto? «No. Non sono fatalista, non credo al destino. Ma ho la pretesa di pensare che ho il dovere di raccontare e lottare».