Il  mancato scorporo dall’Isee dei trattamenti economici riservati ai disabili  è un nodo
Il mancato scorporo dall’Isee dei trattamenti economici riservati ai disabili è un nodo

Milano - Ci sono drammi che rendono ricchi. E non in senso metaforico ma in senso letterale. Non si tratta di prenderla con filosofia. Si tratta proprio di soldi, di reddito. Per l’esattezza di reddito Isee. Ad arricchirsi in modo imprevisto sono state Margherita (nome di fantasia) e sua madre. La loro vita è cambiata a giugno del 2014 quando Margherita è stata investita da un’auto mentre era in sella alla sua bicicletta, durante una gita a Lecco. Allora Margherita aveva 18 anni. Oggi ne ha 25. Allora Margherita, quando faceva bel tempo, prendeva la bici e pedalava. Oggi è in stato vegetativo. Che ci sia il sole o che piova, poco cambia. La ragazza si alimenta grazie ad una sonda e ad una sacca esterna, non è più in grado di verbalizzare, non è autosufficiente. Le è stata riconosciuta una invalidità del 100%. Così l’hanno ridotta i traumi dovuti all’incidente.

Dal 2014 al 2016 sua madre – donna sola perché separata – ha regolarmente ottenuto dalla Regione Lombardia l’assegno previsto nell’ambito della misura B1: un assegno mensile al quale ha diritto chi decida di diventare caregiver, chi decida di accudire a tempo pieno un figlio o un parente con disabilità gravissima, quindi non autonomo. La madre di Margherita ha dovuto fare una scelta obbligata, una scelta comune nelle famiglie nelle quali ci sono minori o adulti con disabilità grave o gravissima: lasciare il lavoro e diventare, appunto, caregiver. Dal 2017 in avanti, però, questa madre non ha più potuto contare sull’assegno della B1.

L’Azienda Socio Sanitaria di Rho, quella che ha in carico Margherita, e la Regione, gliel’hanno negato per motivi di reddito Isee. Sì, perché tale assegno viene riconosciuto solo entro una certa soglia reddituale. E il reddito della famiglia di Margherita nel 2017 è improvvisamente esploso perché il Tribunale ha riconosciuto alla ragazza il diritto di ricevere un risarcimento danni di 1,3 milioni di euro dalla controparte coinvolta nell’incidente del 2014. Da qui l’improvviso cambio di status della famiglia di Margherita. Da qui la loro ricchezza, una ricchezza tale da far venir meno il loro diritto a ricevere misure di welfare quali la B1. Tutto pacifico? Tutto normale? No, non proprio.

La storia di Margherita è un esempio concreto di quanto ha denunciato l’Associazione Famiglie Disabili Lombarde con due diverse lettere inviate all’Inps. Una denuncia riportata su questa pagine domenica, 4 giorni fa. A differenza di altre, la madre di Margherita si è rivolta all’avvocato Antonio Novelli, che ha depositato un ricorso al Tar finalizzato non solo a riottenere l’assegno della B1 ma, più in generale, ad affermare un principio che lo Stato (e a cascata l’Inps) continuano ad ignorare nonostante tre sentenze del Consiglio di Stato e ad ottenere così un intervento del legislatore dopo anni di stallo.

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Proprio nel 2016 i giudici hanno sentenziato che gli importi riconosciuti dalla pubblica amministrazione alle persone con disabilità a titolo di indennità o di pensioni di invalidità, ma anche i risarcimenti dei danni ottenuti a seguito di episodi specifici (un incidente stradale, ad esempio), non devono essere considerati nel momento in cui si va a calcolare il reddito Isee delle famiglie. E non devono essere considerate perché si tratta di importi che non sono stati concepiti come funzionali all’accumulo di patrimonio della famiglia che ha in carico la persona con disabilità ma rappresentano, al contrario, una compensazione dell’impatto che la disabilità ha sulla situazione economica di una famiglia, ad esempio sulla situazione di una madre che non può più lavorare, come nel caso della madre di Margherita.

Le parole formalizzate in tre sentenze dai giudici del Consiglio di Stato sono chiarissime: "L’indennità di accompagnamento e tutte le forme risarcitorie servono non a remunerare alcunché né all’accumulo di patrimonio personale, bensì a compensare un’oggettiva ed ontologica situazione di inabilità che provoca in sé e per sé disagi e diminuzione di capacità reddituale". Gli aspetti paradossali sono due. Il primo: "Con queste tre sentenze – fa sapere Novelli – i giudici hanno rigettato i ricorsi presentati dall’avvocatura dello Stato contro precedenti sentenze emesse dal Tar del Lazio che affermavano lo stesso principio, cioè la non rilevanza degli importi in questione ai fini del calcolo dell’Isee".

Detto altrimenti: lo Stato fa a meno di rispettare quanto stabilito dai giudici in cause che lo hanno visto protagonista e perdente. Secondo aspetto paradossale: le somme che lo Stato e le istituzioni centrali riconoscono alle persone con disabilità allo scopo di aiutarle diventano di fatto il motivo per il quale le persone con disabilità restano escluse dalle misure previste in loro favore dagli enti locali, come la Regione (è il caso della B1) o i Comuni perché gonfiano l’Isee in modo improprio. Non è finita. La stessa Inps, nella lettera con la quale ha risposto all’Associazione Famiglie Disabili Lombarde, ha fatto sapere che i trattamenti economici per le persone con disabilità non vengono effettivamente fatti rientrare nella voce relativa al reddito famigliare.

Nel rispetto, dunque, del principio espresso nelle sentenze del Consiglio di Stato, ma vengono invece "necessariamente ricompresi" nella voce relativa al patrimonio mobiliare della famiglia. Questo significa far rientrare dalla finestra ciò che è uscito dalla porta. Da qui il ricorso della famiglia di Margherita. Novelli ha impugnato, nel dettaglio, la delibera della Giunta regionale del 17 marzo 2021, quelle che recepisce l’indicazione del ministero ad escludere dalla B1 chi abbia percepito indennità, pensioni o risarcimenti danni per la condizione di disabilità, il conseguente atto di diniego dell’ASST di Rho e il Dpcm 159 del 2013.

Per porre rimedio a questa situazione occorre cambiare i moduli che vanno compilati per il calcolo dell’Isee consentendo alle famiglie di scorporare dai conti corrente le somme che originano dai trattamenti di cui sopra. Nella maggior parte dei casi si tratta di conti corrente cointestati ai genitori perché i disabili gravi e gravissimi non ne possono avere uno tutto per loro o per motivi di età o perché non autosufficienti.

giambattista.anastasio@ilgiorno.net