Milano, 12 luglio 2018 - Fu l'ultimo a essere catturato, il 12 aprile 2017. Ci volle il fiuto del pastore australiano Might Spirit per individuarlo, lì rintanato dentro un ripostiglio coperto da una scarpiera in un appartamento di Seregno. Un nascondiglio del genere lo aveva visto qualche tempo prima a Platì, in Calabria, e al ritorno a casa se n’era fatto costruire uno identico da utilizzare all’occorrenza. Non bastò al 40enne Laurence Rossi per finire in carcere, per l’ennesima volta. Ieri abbiamo scoperto che due mesi dopo, l’8 giugno, il pluripregiudicato ha iniziato a parlare con i magistrati. Ha raccontato dei suoi rapporti strettissimi con Roberto D’Agnano, arrivando persino a correggere il pm sulla qualifica del suo amico: «No, lui non è ispettore, è sovrintendente». E ha ricostruito con dovizia di particolari (del resto era il vertice dell’organizzazione) le dinamiche dello spaccio di stupefacenti, mettendo in fila nomi, fatti e circostanze puntualmente verificate dagli investigatori della Narcotici della Mobile. Ecco una sintesi dei suoi interrogatori.

Partiamo dalla piazza della Comasina, avviata tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014: all’inizio è il cognato Luca Saccomano a gestirla in prima persona (colloquiando con un collega, D’Agnano dira di lui: «Pensa che è Carlito Brigante del Bronx...»), Rossi si occupa di fornire coca, hashish e marijuana in via esclusiva. «Nell’ottobre del 2014 – continua il 40enne – sono entrato io e dopo l’arresto di Saccomano, avvenuto nel luglio 2015, è proseguita gestita solo da me, fino alla data del mio arresto, nell’aprile del 2017». In realtà, ad aprile del 2015 cambia qualcosa: Rossi resta la fonte alla quale approvvigionarsi obbligatoriamente di droga, ma i gestori diventato Juri D’Amato, Denis «Mirtillo» Donvito, Alexis Adalberto Lopez Riveria e Daniele «Ruggine» D’Errico. Cos’è successo? Semplice: Rossi e Saccomano hanno deciso di vendersi la piazza per un corrispettivo di 200mila euro. Ed è bastato il passaggio di mano di un telefono detto «Nokietto» per suggellare il patto: nella rubrica di quel cellulare ci sono i nomi dei circa 100 acquirenti abituali, basta avere quell’elenco per controllare il territorio e chi lo raggiunge soltanto per acquistare la dose quotidiana.

Un giro enerme di soldi. Così tanto denaro che Rossi lo reinveste, con la complicità dei due imprenditori Davide Giulivi e Pasquale Velotti, senza mai comparire ufficialmente nella proprietà delle società acquirenti: attraverso la società Maxsim srl, il grossista della «bianca» investe 520mila euro per l’acquisto del complesso «Residenza La Masseria» a Bollate; e la titolarità di tutti gli immobili confluisce poi nella società I.L.P.E., acronimo che sta per «Immobiliare Laurence Pablo Escobar» in onore del re dei narcos colombiani. Non solo Comasina, però. Rossi, proprio facendo leva sugli immensi guadagni garantiti dalla prima piazza di spaccio, ne conquista un’altra: quella di Bruzzano, quella che ruota attorno all’ormai arcinoto quartiere del Quadrilatero dei fiumi. Laurence si occupa della fornitura all’ingrosso, al resto ci pensano Cristopher Scirocco, nipote del boss Pepè Flachi, e i cugini Simone «Pitbull» e Paolo Pittella, che a loro volta comandano sui «cavallini» di strada.