SINCERO Giulio Sapelli, 70 anni è uno storico ed economista
SINCERO Giulio Sapelli, 70 anni è uno storico ed economista

Milano, 22 novembre 2017 - Storia, impresa e politica. Tutti argomenti che ha attraversato senza risparmiare analisi taglienti e controcorrente. Saranno al centro del convegno con cui domani pomeriggio il Dipartimento di Studi storici dell’università di Milano e le Civiche raccolte storiche salutano il professor Giulio Sapelli, che si congeda dalla docenza. Ne discuterrano quelli che il professore definisce «tre vecchi amici»: Maurice Aymard, Fausto Bertinotti, Domenico Siniscalco (ore 17 al Museo del Risorgimento, via Borgonuovo 23).

Professor Sapelli, come vede Milano oggi?

«È una città decadente, finta. Si parla dello skyline. Lo skyline sono centinaia di grattacieli, come a Londra, Shanghai, New York. Ma dov’è lo skyline di Milano? Abbiamo 4-5 grattacieli, tutti “a debito” e su uno ci hanno messo gli alberi, che devono stare nelle foreste. Abbiamo un’università che si dequalifica sempre più per la politica di promuovere tutti. Questa sarebbe la Milano smart».

La Milano smart è fatta di fablab, coworking, strutture con cui si cerca di riportare la manifattura in città. Lei come legge questo fenomeno?

«È un modo per condividere la povertà. Queste cose si facevano in Argentina durante la crisi. Qui, se avessero le risorse, ognuno lavorerebbe da solo, senza coworking. È la socializzazione della miseria e della povertà. Una forma di neobulgarocomunismo al ribasso. Una cosa da ridere, se non ci fosse da piangere. Si socializza la ricchezza, non la povertà. Io sono per la fabbrica temperata. Non credo che l’avvenire sia fatto da ragazzi in bici con scatole sulla schiena. Se ci fosse un ispettorato del lavoro li fermerebbe e li multerebbe. Io ho studiato ergonomia, quella cosa lì provoca la scoliosi».

Professore, cosa succederà al mondo del lavoro?

«Andremo oltre il capitalismo. Io penso che il lavoro sarà investito da un ciclo di rivoluzioni tecnologiche, di cui l’informatica è stata il primo passo e ora arriva l’intelligenza artificiale, che provocherà un risparmio del lavoro altamente qualificato. In compenso ne servirà di ancora più qualificato, è quello di chi costruisce le macchine. Anche la manovalanza sarà fatta con le macchine. Perché tutto funzioni, però, servono investimenti in capitale fisso. Serve riformare il sistema capitalistico e ridurre il peso della finanza. Il pericolo non sono le macchine, ma la deflazione».

Dove sta il futuro della nostra economia?

«L’unica alternativa che abbiamo sono le piccole medie imprese. Vedo che i manager delle multinazionali di oggi hanno meno smalto, il grande futuro spetta alla Pmi».

E il piano industria 4.0?

«(ride) Rispetto Calenda, ha buoni principi. Ma questo piano è fatto con i sussidi, mi ricorda la Cassa per il mezzogiorno. Parliamo di un tampone elettorale. Meglio di nulla, facciamo 4.0 senza la banda larga...».

Lei, invece, cosa vorrebbe?

«Vorrei vedere più periti industriali in chimica e meccanica, e meno chef. Vorrei vedere più ingegneri, più scienziati e più laureati in lettere antiche e filosofia che in comunicazione. E vorrei più uguaglianza».