Piccoli calciatori in campo  durante un allenamento
Piccoli calciatori in campo durante un allenamento

Milano, 1 ottobre 2019 - «Caro “bambino” ..., la società coglie l’occasione per ringraziarti nell’aver dato fiducia al nostro operato per la stagione appena trascorsa, con la consapevolezza di aver impiegato il massimo sforzo per raggiungere insieme ogni obiettivo... Per la prossima stagione non potremo garantire la possibilità di far divertire vostro figlio... ma ritenendo l’aspetto ludico del gioco un elemento fondamentale vi suggeriamo di trovare una società che possa soddisfare questo indispensabile requisito per la stagione 2019/2020. Vi auguriamo le migliori fortune sportive e non. La Società».

Così una Scuola Calcio di Milano ha negato il sogno più bello a un bambino (e non solo a lui, pare che le mail recapitate ai genitori dei piccoli calciatori siano decine): giocare a pallone con i coetanei, poter continuare un percorso cominciato qualche anno fa, nella categoria Primi Calci. Non dovrebbero mai succedere certe cose se si parla di atleti nati nel 2009 e partecipanti al campionato “pulcini”, e invece quel che vi raccontiamo è accaduto davvero. Un bambino di appena dieci anni “scartato” con una gelida lettera via mail, arrivata al genitore senza neppure una frase di accompagnamento, perché non c’è posto per tutti, perché forse non è bravo come qualcun altro.

Non dovrebbe mai succedere a questa età, dicevamo. Proprio perché non siamo ancora entrati nella fase dell’agonistica, ma ci troviamo in una Scuola Calcio. Dove l’allenatore bisognerebbe chiamarlo istruttore (o educatore), dove gli avversari del weekend dovrebbero essere nuovi amici con cui divertirsi, dove non ci sono fischietti ma si va avanti con l’autoarbitraggio. A questi livelli, in queste categorie, la parola “selezione” andrebbe abolita dal vocabolario. Puoi dividere un gruppo numeroso in squadra A e squadra B e magari pure formare una squadra C per far giocare tutti gli iscritti, senza però infilarci ragioni tecniche. Perché i fenomeni, a quell’età, sono merce rara. «Sono molto deluso più che arrabbiato – ci racconta il papà del “pulcino” abbandonato – anche perché la società non ha mantenuto molte delle promesse fatte quando ho iscritto mio figlio per la prima volta. Doveva essere un cammino da concludersi dopo l’ultima stagione con i “pulcini”, e quindi delle scuole elementari, e invece hanno voluto decidere loro chi far rimanere e chi mandare a casa in anticipo. Non si sa con quali motivazioni. Non è giusto».
Eppure non stiamo parlando dell’ultima scuola calcio in graduatoria, anzi di una fra le più costose, perché l’abbigliamento tecnico è di marca (anche per questo l’iscrizione annuale supera i 400 euro ed è ben superiore alla media) e i colori sociali sono parecchio importanti.

«Invece la realtà che noi genitori abbiamo visto è un’altra - continua il papà –: tante promesse e pochi fatti. Allenamenti su campi condivisi con più squadre, anche di annate diverse; allenatori che arrivavano in ritardo, anche in partita; e in generale pochissime attenzioni nei confronti dei piccoli». Il papà deluso ha preferito non far leggere al proprio figliolo quella lettera che, per linguaggio e stringatezza, ricorda da vicino il gergo di circostanza che si utilizza per annunciare l’esonero di un allenatore. Anzi, lo ha iscritto a un’altra Scuola Calcio nella zona sud di Milano. Resta però l’amarezza per quanto accaduto, pensando ai circa 300mila bimbi di età compresa fra i 6 e gli 8 anni che ogni anno scelgono di iniziare un percorso nelle categorie più piccole del pallone e vengono iscritti dai propri genitori in una delle oltre 7mila scuole calcio, affiliate alla Figc, presenti sul territorio italiano. Per tutti l’obiettivo primario, a quell’età, dovrebbe essere giocare: il divertimento puro, la gioia per i progressi fatti o ancor più per un gol segnato in partitella. Le lettere, quelle che ti ringraziano ma non ti confermano, lasciamole agli adulti.