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27 apr 2022

Scarseggia In un alone di mistero

claudio
Cronaca

Claudio

Negri

In una delle tante guerre perdute, era incappato in una masnada di predoni. Che in segno durevole di amicizia lo avevano evirato. Riuscì comunque a riportare a casa il resto del corpo. La voce era già corsa in paese, più veloce del dolore e della vergogna. La sua gente, guardandolo in faccia, non riusciva a non pensare a quella parte di lui rimasta chissà dove. Era vero? Era una bieca leggenda? Fa lo stesso: dal giorno del suo ritorno divenne per tutti Scarseggia. Sebbene lui andasse argomentando, soprattutto a se stesso, che con o senza gli attributi l’ordine dei suoi pensieri non fosse mutato. La guerra gli aveva lasciato in eredità un presente da profugo in patria. Si adattò a fare mille mestieri senza farne davvero uno. Fu anche guardiano in un pollaio, ma in realtà era il pollaio a prendersi cura di lui. Su una vecchia bicicletta, quando il mattino era ancora buio, trasportava all’occorrenza altrui pacchi e giornali. La sua vecchiaia avanzava, con le rughe, di un millimetro all’anno. Sembrava non avesse fretta. Avvizziva quietamente. Solo i suoi occhi, azzurri come quelli di un pescatore dell’Avana, erano rimasti allegri e indomiti. Si diceva che quegli occhi potessero addolcire l’uva Clinton o cambiare il tempo. Un giorno di primavera aveva guardato il cielo esclamando: “Sei ancora pieno di neve” e fioccò davvero. Scarseggia scarseggiava di tutto, ma non della volontà di adattarsi. Essere o non essere? Essere comunque. Di notte udiva i sospiri delle pantegane dei fossi, ma di giorno si sentiva trasportato nel vento e nel sole dal canto ascendente delle allodole. Così vivendo, aveva superato i novant’anni come il suonatore Jones dii Spoon River. Finché non s’era deciso ad andare avanti in bici, un po’ più in là dell’Adda: sul tumulo di terra della pietà municipale, ancora nudo di marmo, c’erano scritti il suo vero nome e il suo vero cognome, ma una mano ignota aveva aggiunto “Scarseggia” posandovi sopra un vispo fiore.

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