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Milano - Il microcosmo si muove a passo stanco e a volte claudicante, tra sentieri, tralicci e rigagnoli prosciugati dal caldo. Dall’alto risalta quella che potrebbe essere una poltrona o un divanetto di colore rosso, e tutt’intorno un cumulo di rifiuti: c’è una persona seduta su un bracciolo che parla con altre due, in piedi. E poi ce ne sono altre che si muovono, avanti e indietro tra siepi e piccoli arbusti. Poco più avanti, c’è un gruppetto di ragazzi seduti in cerchio, ma si intravedono soltanto le teste dietro la folta chioma di un albero.

Riferimenti geografici per orientarsi: a sinistra, al di là dei campi, siamo nel punto in cui via Sant’Arialdo incrocia via San Dionigi, per poi proseguire verso Chiaravalle; a destra ci sono un binario morto, lo sterrato che sottopassa la tangenziale e la ferrovia percorsa da treni locali e dell’Alta velocità. Siamo più o meno a metà strada tra le stazioni di Rogoredo e San Donato Milanese, il territorio diventato negli anni il nuovo avamposto degli spacciatori di eroina. Sfrattati nel 2019 dal famigerato boschetto del parco Cassinis, i pusher si sono spostati verso sud, trascinando con loro le decine di tossicodipendenti che non hanno mai smesso di frequentare l’area, porto sicuro per chi vuole droga a prezzi bassi. Un trasloco certificato dalle indagini recenti di Polfer e commissariato Mecenate, nonché dai molteplici servizi di controllo dei carabinieri di San Donato, sfociati a inizio 2021 in avvisi orali e fogli di via firmati a più riprese dal questore Giuseppe Petronzi.

Tuttavia, i fantasmi della "nera" non sono spariti; hanno cambiato punto d’approdo, ancor più invisibili di quanto non fossero in un passato non troppo lontano, meno di un chilometro più a nord. Il pellegrinaggio che incrociamo a bordo strada dalle 18 in poi ricorda sinistramente quello che era drammatica consuetudine prima di essere in buona parte interrotto e intercettato dal piano "L’unione fa la forza" messo in campo dal prefetto Renato Saccone. I numeri sono più contenuti; in compenso il nuovo boschetto, definizione evocata dalla somiglianza cromatica e ambientale col vecchio fortino gestito dal clan Mansouri, sembra ancor più inespugnabile dai blitz delle forze dell’ordine: ci sono diverse vie di fuga per i venditori, e altrettante d’accesso per gli acquirenti, che possono entrare dalla strada o camminando lungo il binario morto. Lì dove dieci giorni fa, la sera del 12 luglio, è stato rinvenuto il cadavere di un quarantenne marocchino, che ha lasciato una compagna, un figlio, una casa in zona Ripamonti e una vita irrimediabilmente rovinata dalla schiavitù della siringa: l’autopsia ha confermato la prima ipotesi di medico legale e carabinieri della stazione Rogoredo, un’overdose di eroina.

È suo il nome sull’ultima croce piantata in questo lembo di periferia che sogna la definitiva rinascita con le bonifiche a Santa Giulia e il PalaItalia per le Olimpiadi invernali del 2026, ma che si ritrova ancora a fare i conti con quella massa di giovani e meno giovani che la attraversano (senza più fermarsi) con pochi spiccioli in tasca e nessuna meta da raggiungere. Se non l’ultima radura per farsi.