Silvia Romano
Silvia Romano

Milano, 21 gennaio 2019 - Venti novembre, l’incursione, l’angoscia e le promesse di un’indagine rapida e di successo. Venti gennaio, soltanto il silenzio e la speranza. Due mesi esatti dal sequestro in Kenya di Silvia Romano, la cooperante milanese rapita dal villaggio di Chakama, non hanno portato alla svolta. Da due settimane non ci sono notizie, nonostante la mobilitazione di polizia ed esercito in un Kenya che ribolle per attentati e per l’attivismo delle milizie islamiste.

Fra novembre e dicembre, un susseguirsi di arresti, fra cui quello di uno dei supposti rapitori, aveva fatto sperare. Ibrahim Adan Omar fu fermato a Bangale, un villaggio dell’area Nord del Paese. Nascondeva un mitra con molte cartucce. Ma di Silvia le forze speciali non trovarono traccia. La polizia ritiene che sia nelle mani di altri due rapitori, perché la banda si sarebbe divisa: Yusuf Kuno Adan e Said Adan Abdi. Due nomi e due volti diffusi sotto forma di identikit. Poi, però, più nulla.

Della 23enne si perdono le tracce nell’area del fiume Tana, dove le ultime informazioni degli inquirenti danno come probabile la sua presenza. Il timore, fin dall’incursione nella missione di Africa Milele, la onlus pesarese per la quale Silvia era partita, era quello di un viaggio verso la Somalia, nelle aree controllate dalle milizie islamiste. Il fiume Tana è lì al confine e anche se le autorità locali assicurano da giorni che è stata isolata la frontiera, controllare una foresta di 1.300 chilometri quadrati è impresa difficile. Anche perché i rapporti fra le popolazioni della zona e le forze di sicurezza sono tesi, anche a causa di episodi di violenza. Ad aggiungere tensione, il fermo nella stessa zona di un altro italiano di 24 anni, che faceva cooperazione con un visto turistico. Il ragazzo, in passato, aveva collaborato con la stessa onlus per la quale si era impegnata Silvia.