Un villaggio dell’interno della Nigeria
Un villaggio dell’interno della Nigeria

Milano, 21 giugno 2019 - Come schiave. Avevano giurato nel loro villaggio, dritte e nude davanti al native doctor, una specie di stregone, consumando il cuore di una faraona e la noce di cola (un frutto locale) perché questo prevede il rito juju. E perciò non c’era modo di liberarsi dei possibili malefici, se non avessero restituito ai loro reclutatori le spese per il viaggio che le aveva portate dalla Nigeria in Italia. Anche perché finite poi a battere su un marciapiede milanese, le ragazze sapevano perfettamente che il native doctor aveva le loro unghie, le loro foto, i loro capelli, insomma tutto quello che serve per agire a distanza causando loro ogni genere di sciagura.

Evelyn e Hope dunque non erano libere di smettere di prostituirsi e cambiare vita. Erano come schiave, ha sintetizzato un’antropologa nella sua perizia consegnata al gup Guido Salvini. «Nel momento in cui esprimono il loro desiderio di sottrarsi allo sfruttamento e quindi di smettere di pagare, il juju entra in funzione e la minaccia di morte si concretizza attivando tutto ciò che fino a quel momento si era sedimentato gradualmente nella loro esperienza: il giuramento, il senso di colpa e la paura di violare la parola data». Ecco perché alla fine il giudice ha condannato con rito abbreviato la loro maman a 8 anni di reclusione proprio per la riduzione in schiavitù delle due giovani, oltre che per lo sfruttamento della prostituzione. La donna, un’ambulante 45enne, si era difesa sostenendo di essersi limitata ad affittare una stanza alle due giovani e a ricevere soldi da loro per questo e per le spese di viaggio non ancora rimborsate. («Le due ragazze che mi accusano dormivano in un’unica camera, avevano le chiavi di casa», ha ripetuto). È stata una di loro, dopo essere scappata in Puglia, a rivolgersi alla polizia e far scattare l’inchiesta coordinata dal pm Adriano Scudieri. Vittima del maleficio juju e temendo per sé e per i suoi familiari, la giovane ha continuato a pagare la maman anche dopo essere fuggita al suo controllo e alla schiavitù del marciapiedi. Eppure aveva versato già più di 10mila euro, in realtà appena un terzo di quanto si era costretta e restituire in virtù del rito, quando il viaggio dalla Nigeria all’Italia costa meno di 500 euro.

E dunque fino a che punto - ha voluto sapere il gup Salvini disponendo per la prima volta in un processo una perizia del genere - quello strano rito celebrato in Nigeria è tale da ridurre le ragazze in uno stato di schiavitù psichica rendendole per lo più incapaci di ribellarsi e di rivolgersi alle forze dell’ordine? La risposta “scientifica”, dopo aver intervistato entrambe le vittime della tratta, l’ha fornita la docente all’Università Bicocca Alessandra Brivio, specializzata in antropologia delle religioni, della schiavitù e di genere, autrice di ricerche e pubblicazioni su religioni africane, ritualità e materialità, dinamiche religiose ma anche di migrazione ed emancipazione delle donne in Africa. Stesse conclusioni offerte anche dalla crminologa Milena Rizzotti, consulente del pm. «La paura della forza e capacità d’azione del juju unita al peso del debito da pagare creano una condizione di dipendenza e assoggettamento». Agli atti dell’inchiesta ci sono alcune intercettazioni ambientali che offrono lo squarcio di un mondo davvero particolare. «Da qualsiasi parte che sei tu, non avrai la pace di mattino, pomeriggio e di notte. Tu avrai sempre il fuoco addosso, non avrai la pace per la tua vita» ripeteva la maman in macchina parlando da sola a voce alta e chiamando per nome la ragazza debitrice in una sorta di soliloquio religioso o di preghiera. «La presenza del juju è pervasiva - scrive Brivio nella perizia - le intercettazioni delle invocazioni della madame si inseriscono perfettamente in questo quadro. Si tratta, infatti, del suo tentativo di utilizzare il potere performativo e incantatorio delle parole».