Campo Base Expo, polemica sull'accoglienza dei migranti
Campo Base Expo, polemica sull'accoglienza dei migranti

Milano, 23 marzo 2016 - Tuta con giacca blu e pantaloni neri. In ciabatte. Tesserino di riconoscimento appeso al collo e asciugamani bianco in testa. Un metro e ottantacinque di altezza media. A guardarli da lontano sembrano il quintetto base di una nazionale di pallacanestro in libera uscita dal villaggio olimpico. E invece Sef, Malik e gli altri non hanno nessuna medaglia da conquistare né Paesi da rappresentare. Dai loro Paesi sono scappati qualche mese fa, chi per un motivo e chi per un altro. Sono cinque dei primi cento profughi inviati nel centro d’accoglienza allestito in extremis all’ex Campo base di Expo: trasferiti l’altra sera dall’hub di Bresso, ieri mattina alle 10 sono usciti alla spicciolata per fare un giro. O per conoscere «i posti del luogo», come abbozzano in un francese approssimativo. Provengono tutti dall’Africa subsahariana: Senegal, Liberia, Camerun.

I controlli all’ingresso sono molto scrupolosi: i vigilantes della Mondialpol hanno mandato dalla Prefettura di non far entrare nessuno all’interno dell’area che fino a pochi mesi fa ospitava operai, tecnici e poliziotti impegnati sul sito espositivo che fu, distante un paio di chilometri. Siamo in una traversa di Mazzo di Rho, piccola frazione con poche case, una chiesa e tanti capannoni industriali. In fondo alla stradina si scorge l’entrata presidiata dagli addetti alla sorveglianza. Sulla destra una montagna di terra. Sulla sinistra un allevamento di bovini. In mezzo svetta la cittadella. Container uno sopra l’altro a disegnare una distesa di palazzine grigie – ognuna contrassegnata da un numero rosso a caratteri cubitali sulla facciata – inframezzate da vialetti alberati e ben curati. Stanze singole con impianto di condizionamento e servizio wi-fi.

Di letti a disposizione ce ne sono 500, e pian piano si riempiranno tutti. Perché la primavera è appena iniziata e i centri che una volta bastavano ora sono già strapieni. Perché gli hotspot adesso funzionano e risalire la penisola da «fantasmi» per poi dirigersi verso il Nord Europa è sempre più complicato. Del resto, Palazzo Diotti ha adottato questa «soluzione temporanea», come ha ribadito più volte il prefetto Alessandro Marangoni, proprio per non farsi trovare impreparata di fronte all’emergenza dei prossimi mesi, quando, stando alle previsioni del Dipartimento Immigrazione del Viminale, il numero di profughi potrebbe superare quello registrato negli anni scorsi: in questo primo scorcio di 2016 siamo al +28% sul 2015, dato «drogato» solo in parte dalle condizioni meteo insolitamente clementi di gennaio.

Malik è sbarcato venerdì («Friday! Friday! Sicilia! Sicilia!») sulle nostre coste, partito pure lui dalla Libia con una di quelle carrette del mare che solcano quotidianamente il Mediterraneo: «Qui mi piace, è un bel posto...», sorride guardandosi indietro. È «l’accoglienza dignitosa» invocata da Marangoni, niente a che vedere con la tendopoli di Bresso in fase di smantellamento che ad agosto aveva scatenato la protesta dei migranti.

Telecamere e taccuini circondano il ragazzo, un ciclista apostrofa i cronisti: «Intervistate la star?». Malik fa finta di nulla e riprende a camminare con i suoi compagni di traversata. Il gruppo percorre via De Gasperi e si ferma ai giardinetti di via Grossi, sotto lo sguardo incuriosito di alcuni residenti che stanno riempiendo le bottiglie di vetro alla Casa dell’acqua. Perché siete fuggiti dalla vostra terra di origine? «Io vengo dalla Liberia – riprende Malik – e me ne sono andato perché lì non si può vivere». Parla di pessime condizioni igieniche e di alto rischio malattie: chissà se basterà a convincere la Commissione territoriale, che prima o poi dovrà esaminare la sua richiesta di protezione internazionale.

Vuoi fermarti in Italia o proseguire il viaggio? «Si sta bene qui da voi», replica sicuro; e gli amici annuiscono. Che lavoro vorresti fare? «Qualsiasi, l’importante che mi permetta di guadagnarmi da vivere». Probabilmente passeranno anni prima che possa realizzare il suo sogno, ammesso che non venga rispedito in patria. «Ora dobbiamo andare, però...», ci liquida con una stretta di mano. Sono le 12.15, tra un quarto d’ora si apre la mensa: «Si mangia dalle 12.30 alle 13.30». E poi? «Magari torniamo un altro po’ qui...».
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