Il nullatenente per il Fisco viveva in un attico in una delle zone più esclusive
Il nullatenente per il Fisco viveva in un attico in una delle zone più esclusive

Milano, 28 settembre 2021 -  Wiliam Alfonso Cerbo, detto "Scarface", siciliano di Catania, 39 anni, considerato vicino al clan mafioso Mazzei, abitava in un lussuoso appartamento a Citylife e da lì, il suo quartier generale, faceva affari: niente armi, niente droga, niente traffici criminali importanti, ordinarie truffe, comprava di tutto, dall’erba sintetica alle arance della Sicilia, dai prodotti alimentari ai materiali per l’edilizia, per rivendere in nero o all’ingrosso, incassando senza mai pagare i fornitori. La scusa era sempre la mancanza di liquidità dovuta al Covid, o la difficoltà di spostarsi da Milano perché zona rossa. E così tirava in lungo con i pagamenti che non arrivavano mai, in pochi mesi aveva accumulato debiti per quasi due milioni. Il catanese si ispirava al malvitoso Tony Montana interpretato da Al Pacino in “Scarface“ e di lui aveva una gigantografia all’ingresso dell’appartamento. "Sai cosa vuol dire essere un capitalista? Fregare la gente", era la sua filosofia, copiata dal personaggio Tony Montana. Un meccanismo di truffa, secondo lui, molto semplice, ma altrettanto semplice da scovare per i finanzieri che lo hanno ammanettato nel suo appartamento di lusso.

Lui risultava nullatenente per il Fisco, ma aveva anche tre auto di lusso nel garage e mobili costosi. Era riuscito ad aprire 24 società di cui 5 in Veneto. Tre le misure cautelari eseguite, una in carcere, una ai domiciliari e una terza con l’obbligo di firma, 13 le perquisizioni a carico di altrettanti indagati, sequestrati beni immobili per 1,3 milioni di euro. Dagli accertamenti eseguiti dagli uomini della Guardia di Finanza è emerso che Cerbo aveva organizzato e predisposto l’attivazione, mediante prestanome, di dodici piccole imprese dedite all’acquisto di tutti i materiali più disparati, che, fra l’altro non davano nell’occhio. I materiali venivano stoccati poi in due anonimi magazzini nel Padovano, uno a Sant’Elena di Este e l’altro a Carmignano di Brenta. Grazie all’aiuto di un ragioniere di Albignasego, le ditte che facevano gli acquisti, tutte riconducibili a Cerbo, venivano gestite per figurare come realtà solide e ben radicate sul territorio. I bilanci venivano opportunamente modificati per apparire come buoni "pagatori" riuscendo così a ottenere condizioni di pagamento favorevoli. Cerbo è riuscito a truffare, in tutto, una sessantina di aziande, fra l’altro le fatture emesse dalla società di Cerbo hanno ingrossato i bilanci, solo in teoria, perché poi non sono state saldate, facendo quindi perdere anche gli indennizzi legati al Covid. Il reato contestato ai tredici indagati è associazione per delinquere finalizzata alla truffa.