Patrizia Reggiani Gucci con il pappagallo Bo (Ansa)
Patrizia Reggiani Gucci con il pappagallo Bo (Ansa)

Milano, 21 febbraio 2017 - Il «Victor Residence», come si diverte a chiamare il carcere di San Vittore, è un ricordo quasi lontano. Da ieri è libera del tutto Patrizia Reggiani, che più di vent’anni fa – per la giustizia italiana – ordinò l’omicidio del suo ex marito Maurizio Gucci, ultimo rampollo della dinastia della doppia «G», ucciso nel marzo del 1995 mentre stava entrando nel suo ufficio in un palazzo della centralissima via Palestro. Dopo che anche la pubblica accusa qualche giorno fa aveva chiesto la revoca dei tre anni di libertà vigilata che avrebbe dovuto ancora scontare, ieri il magistrato di sorveglianza ha riconosciuto che ormai la vedova non è più «socialmente pericolosa». Dopo che, fra l’altro, si è anche impegnata a risarcire le vittime di quell’assassinio che ancora aspettano.

Arrestata nel ’97, Reggiani ha finito nei mesi scorsi di scontare la pena detentiva di 26 anni che gli era stata inflitta, al netto degli abbuoni. Carcere per 17 anni e poi l’affidamento al servizio sociale lavorando negli ultimi tre allo showroom di alta bigiotteria Bozart, nel centro della città. La settimana scorsa, terminata l’udienza in cui si discuteva della sua sorte, Reggiani disse di sentirsi «sollevata, molto». Dopo tutti questi anni, chiedevano i giornalisti, ripete di essere innocente? «Temo di sì. Ma sono stati fatti degli errori. Non bisognava far entrare l’Auriemma (Pina, la cosiddetta “maga”, condannata con lei per l’omicidio, ndr) in un pollaio tranquillo. Mi sono fidata delle persone sbagliate». E ancora: «Mi sento sollevata e, non avendo capito un tubo, non sapevo nemmeno ci fossero altri tre anni».

Come sta? «Male – rispondeva – ho avuto un’operazione alla gamba e ho difficoltà a muovermi». Come sono stati questi ultimi anni di libertà? «Bellissimi, ma io stavo bene anche prima, al Victor Residence», alludendo per l’appunto al penitenziario di piazza Filangieri. «Alla luce della personalità della condannata – scrive ora il giudice di sorveglianza Roberta Cossia – del percorso effettuato, dell’attività lavorativa prestata con impegno e disponibilità, della natura dei reati in espiazione (maturati in un contesto di gelosia ossessiva irripetibile), commesso in epoca ormai risalente, dell’assenza di precedenti penali e di procedimenti penali pendenti, nonché in particolare dell’impegno assunto dalla condannata» nel corso dell’udienza, «si dichiara cessata la pericolosità sociale».

Oltre che libera, del resto, la vedova Gucci si appresta (forse) anche a ritornare ricca. Succederà se la Cassazione in sede civile dovesse confermare una recente sentenza della corte d’appello milanese, che ha stabilito come il fatto che l’ex signora Gucci abbia ordinato l’omicidio dell’ex coniuge, non incida su un accordo da loro firmato nel 1993, in base al quale Reggiani riceverà dagli eredi dell’ultimo dei Gucci (cioè le figlie della coppia) un assegno da un milione l’anno per tutta la vita. Oltre ai 24 milioni di euro di arretrati che corrispondono al periodo dal 1993 a oggi. In quel modo, se i soldi le arriveranno, potrà finalmente risarcire le parti civili del processo: l’ultima compagna di Gucci e il portiere dello stabile in cui avvenne il delitto, rimasto ferito nell’agguato.

L'omicidio Gucci fu uno dei casi di cronaca nera più clamorosi. Principali protagoniste l’ex moglie e la sua ex amica-maga Pina Auriemma, divenuta poi la sua prima accusatrice. Sulla credibilità dei loro racconti si decise il processo. E fu Auriemma ad essere creduta, quando confessò di aver organizzato l’omicidio di Maurizio dopo mille insistenze e su preciso mandato dell’ex consorte. Reggiani, invece, continua a difendersi, nonostante tutto, sostenendo che le sue minacce di morte all’ex marito, in più occasioni ripetute, sarebbero rimaste solo tali se Pina non le avesse volontariamente raccolte e tradotte in tragica realtà al solo scopo di poterla poi ricattare. Tesi smentita però all’epoca da altri complici del delitto, l’autista del killer Orazio Cicala e il «mediatore» Ivano Savioni, che aveva messo la ‘maga’ in contatto con loro. L’uomo che per la giustizia sparò a Gucci, Benedetto Ceraulo, condannato a 29 anni, ha invece sempre urlato la propria innocenza.