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23 mag 2022

Ora le università britanniche cercano alleanze

23 mag 2022

MILANO

Stefano Ronchi è delegato del rettore agli Affari internazionali del Politecnico.

Come la pandemia ha modificato la mappa della mobilità studentesca?

"Nei grandi trend la mappa è confermata. Abbiamo due grossi bacini: Asia ed Europa continentale, e abbiamo sempre una buona presenza dall’America Latina. Gli studenti stranieri sono in progressivo aumento. Il Covid ha una po’ rallentato la corsa, anche se i numeri hanno tenuto e adesso si legge una decisa ripresa".

Anche dall’Asia?

"C’è ancora qualche problema per le restrizioni che ci sono ma più sugli scambi, sui periodi brevi. Non nelle iscrizioni, dove c’è una ripresa: appena trovano la finestra utile per uscire raggiungono l’Italia".

Si nota invece l’effetto Brexit nelle iscrizioni?

"La pandemia non aiuta a vedere il fenomeno con chiarezza, ma in generale le application sono aumentate dall’Europa e anche dai Paesi extraeuropei. E, quello che è certo, è che continuiamo a ricevere lettere dalle università inglesi che ci chiedono di continuare a collaborare con noi, nonostante la Brexit. Non hanno più accesso ai bandi Horizon Europe e agli altri programmi di ricerca: è il mondo accademico e scientifico il più colpito da Brexit".

Come stanno andando gli scambi “brevi“ tra le università nel mondo?

"Nell’anno del Covid c’è stato un calo del 30% per i programmi semestrali o di un anno all’estero, non potendo viaggiare un crollo del 30% è già positivo. Temevamo una maggiore contrazione e invece il flusso ha tenuto. Nel 2021-22 i numeri invece sono più alti dell’ultimo picco che abbiamo avuto pre-pandemia e le application che abbiamo ricevuto il mese scorso sono ancora di più. Già prima c’era un trend di crescita, i due anni di pandemia hanno spinto ancora di più".

Mete?

"Il 70-75% è in Europa. Con la Cina il flusso è ancora interrotto. L’Inghilterra resta come meta, ma è aumentata meno rispetto agli altri Paesi europei. Anche perché gli scambi sono bilaterali: per ogni studente che esce uno entra e, non avendo più fondi europei, non riescono a coprire con borse di studio tutto il flusso di prima".

E del “visto speciale“ britannico che esclude le università italiane, cosa ne pensa?

"Credo che sia una penalità più per loro. I nostri laureati trovano comunque lavoro e le università italiane hanno un buon placement: ricevono dirattemente la chiamata dal datore di lavoro". Si.Ba.

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