l rilievi al parco di Villa Litta, dove la donna è stata uccisa (Newpress)
l rilievi al parco di Villa Litta, dove la donna è stata uccisa (Newpress)

Milano, 10 febbraio 2019 - La morte di Marilena Negri, la signora di 63 anni uccisa al parco di Villa Litta mentre portava a spasso il cane, continua a restare senza un colpevole. Il pm Donata Costa che ha coordinato le indagini a partire da quel 23 novembre di due anni fa, qualche giorno fa, ha chiesto che il caso sia archiviato. Nessun elemento utile, niente di niente in due anni di indagini senza interruzioni, e quello che fu trovato all’epoca, nell’immediatezza del delitto, cioè una traccia di Dna accanto al collo della signora, se in un primo momento agli investigatori era sembrata una svolta, nei mesi successivi si è confemata una pista sbagliata.

I figli della vittima si lamentano per il mancato controllo del "corretto funzionamento" delle telecamere di sorveglianza, cosa che, fino ad ora, non ha consentito di "dare un volto nitido dell'assassino". Valentina, Luca e Andrea Manfredi, in una lettera esprimono "il loro punto di vista riguardo a questo anno e mezzo di indagini culminate nel nulla" e puntano il dito contro il "sistema di videosorveglianza della città", che, a loro dire, "sarebbe il minimo" verificare "puntualmente". Non è stato così nel caso della loro mamma, in quanto la mattina del delitto, gli obiettivi delle telecamere installate vicino a dove è stato trovato il corpo senza vita della signora Negri puntavano "verso gli uccelli, sui tetti". Così, a loro dire, inquirenti e investigatori hanno in mano un video in cui sono registrati "un minuto e cinque secondi, qualche inquadratura frontale, tre secondi da dietro, qualche secondo nel buio, cinque o sei secondi nel parco, una corsetta in via Assietta. Questo insieme a qualche molecola di dna" e poi, proseguono nella lettera, "un'immagine sfuocata che nemmeno i tecnologici programmi di Csi riuscirebbero a migliorare". 

I tre figli della signora Negri, hanno tenuto a rimarcare che, quel giorno di autunno di due anni fa gli obiettivi delle telecamere, "ad un metro da dove giaceva nostra madre, puntavano dritto verso gli uccelli, sui tetti di Villa Litta. Giustamente i tecnici, prontamente chiamati, il giorno seguente erano già al lavoro per ricalibrarli". "Se è pur vero che non c'è legge che impone al Comune di porre telecamere di sorveglianza, - scrivono ancora - è anche vero che chi aveva in carico il servizio da offrire al cittadino doveva, quantomeno, controllarle e verificarne il corretto funzionamento". "Qualcuno delle responsabilità riguardo questa imminente archiviazione ce le ha - aggiungono - : poiché c'è un balordo ancora in giro, chissà dove, che potrebbe rovinare altre vite, altri sogni, altre famiglie. Il caso rimarrà insoluto ancora chissà per quanto tempo, quando, magari, con più precisione, attenzione e responsabilità tutto il lavoro della Polizia speciale poteva essere evitato o facilitato". "Aldilà della retorica - hanno concluso - riguardo la sicurezza e il degrado di certe zone di Milano che ormai tutti conoscono, sarebbe il minimo che in ogni viale, in ogni parco, in ogni piazza, ove ci sono telecamere di sorveglianza ne venisse verificato puntualmente il corretto funzionamento. Se è vero che l'episodio non è imputabile al loro malfunzionamento o direttamente al loro mancato effetto deterrente, è altrettanto però sacrosanto che quelle telecamere potevano dare un volto nitido dell'assassino".

COM-BRU/LNZ
10-FEB-19 15:34 NNNN

L’unico indagato, un ucraino di 30 anni, è stato scagionato mesi fa. I sospetti degli investigatori si erano concentrati sul ragazzo dell’Est, per via di una fonte confidenziale che era convinta di averlo visto da un compro oro mentre vendeva la catenina di Marilena. Ma non solo. L’ucraino era clandestino, ospite della sorella - lei regolare - che abitava ad Affori, spesso stazionava al parco di villa Litta, dove avvenne l’omicidio, lo avevano visto in tanti. Lo straniero, dopo una lite con la sorella, aveva chiesto ospitalità a varie persone del quartiere, finendo in casa con un altro connazionale. Anche il giorno dell’omicidio era stato visto girare al parco e l’uomo era somigliante all’identikit del killer tracciato dagli investigatori.

Tutto questo aveva portato gli inquirenti a concentrarsi su di lui. Era stato pedinato e intercettato, senza risultati. In casa dell’ucraino, durante le perquisizioni, non erano stati mai trovati abiti nemmeno simili a quelli che indossava il killer, inquadrati dalle telecamere. Così gli uomini della squadra mobile, avevano confrontato il Dna trovato sul corpo della vittima con quello dell’indagato e i risultati ne avevano dimostrato l’estraneità. Qualche mese dopo, la catenina cercata nei negozi era stata trovata dai figli della signora Negri in un cassetto della sua camera da letto. L’autopsia sul corpo della donna accertò che fu colpita con una coltellata, e che morì per una lesione alla carotide. Resta ferma l’ipotesi dell’omicidio a scopo di rapina. Quella mattina dello scorso novembre, Marilena Negri uscì di casa come ogni mattina e alle 6.50 portò il cane al parco. Era uscita da pochi minuti quando un uomo l’aggredì alle spalle. Un punteruolo alla gola, forse un movimento improvviso di lei, e la lama le ha reciso l’arteria. Del colpevole resta un’immagine sfocata ripresa dalle telecamere di sorveglianza del parco di Villa Litta. È la sagoma di un uomo agile che fugge, un uomo senza volto e identità.