Milano, 2 agosto 2018 - Non c'è pace intorno alla candidatura italiana alle Olimpiadi invernali del 2026. Due i focolai di proteste che il Coni è chiamato a spegnere, a Torino e a Milano. Chiara Appendino, sindaco pentastellato del capoluogo piemontese, che aveva già polemizzato con il Comitato olimpico avvertendo che Torino non avrebbe fatto da stampella di Milano (le due città sono candidate in via unitaria insieme con Cortina), ieri ha rincarato la dose, giudicando «incomprensibili le logiche del masterplan sul quale abbiamo forti perplessità". A darle man forte il presidente del Piemonte, Sergio Chiamparino, che punta il dito contro la pista di bob a Cortina prevista dal piano del Coni.  Dal Piemonte alla Lombardia la musica non cambia, con Giuseppe Sala, che nei fatti sfila la ‘sua’ Milano dalla candidatura a tre. A provocare il malcontento del sindaco meneghino è la scelta ufficializzata già martedì da Giovanni Malagò, presidente del Coni, di non avere una città capofila per la candidatura italiana a tre punte. A riguardo Sala già martedì aveva commentato: "Ribadisco la necessità di una chiara identificazione della governance della candidatura. L’esperienza in Expo mi ha insegnato quanto sia fondamentale per il rispetto dei tempi e per la qualità del progetto una precisa identificazione delle responsabilità della gestione del processo di candidatura e poi, auspicabilmente, della realizzazione".

Ieri mattina il sindaco milanese ha tuttavia alzato decisamente il tiro con l’invio a Malagò di una lettera che non ha bisogno di interpretazioni: "Con rammarico constato che nella scelta della candidatura per i Giochi Olimpici e Paralimpici 2026. Le ragioni della politica stanno prevalendo su quelle sportive e territoriali". Tradotto: il Coni ha ceduto alle pressione di un’amministrazione comunale che porta lo stesso colore politico di uno dei due azionisti dell’attuale Governo, il Movimento 5 Stelle.  Milano lascia comunque aperto uno spiraglio per una sua partecipazione, più sfumata, alle eventuali Olimpiadi in Italia. "Per spirito di servizio al Paese – scrive Sala –, Milano conferma la sua disponibilità, ove richiesto, solo come venue di gare o eventi in quanto, stante le attuali condizioni, non ritiene praticabile una sua partecipazione alla governance del 2026. Qualora la nostra posizione non sia ritenuta accettabile accoglieremo di buon grado la decisione del Coni e faremo il tifo per la candidatura italiana selezionata". L’ufficializzazione della candidatura senza capofila arriva da Roma nel primo pomeriggio, con il via libera unanime di Giunta e Consiglio del Coni alla corsa a tre punte. Secca la reazione di Sala affidata a Twitter. "Chiarezza non c’era prima, chiarezza non c’è ora». Malagò allora risponde: «Il dossier che oggi (ieri ndr) è stato presentato mi sembra estremamente chiaro. Per la governance ci si dovrà porre il problema a settembre 2019 (quando il Cio sceglierà la sede dei Giochi ndr)". 

Nel braccio  di ferro con il Coni Milano sembra isolata. Il leghista Giancarlo Giorgetti, sottosegretario allo Sport, fa sapere: «Apprezzabile lo sforzo del Coni per dare una proposta unitaria e credibile. Il Governo si riserva di valutarla e sostiene la candidatura se le città interessate rinunciano a una parte significativa di ambizioni". Ironia della sorte, Appendino ora si lamenta del masterplan. Non c’è pace, appunto. Un masterplan che prevede 4 discipline a Milano (curling, figure skating, short track e hockey femminile), altrettante in Valtellina (biathlon, freestyle, sci nordico e snowboard) e a Cortina (bob, skeleton, slittino e sci alpino). Quindi la Val di Fiemme (salto e combinata nordica), due discipline a Torino (speed skating e hockey maschile) più il Sestriere (sci alpino). Tre le Medal Plaza (una per ogni città) e altrettanti i villaggi olimpici (Milano, Bormio e Cortina).