Il boss Giuseppe Morabito, detto "Tiradrittu" (Ansa)
Il boss Giuseppe Morabito, detto "Tiradrittu" (Ansa)

Milano, 28 settembre 2017 - «Non sono in grado di descrivere con precisione i componenti del gruppo...». «Sono caduto da solo fuori dal locale...». Non erano solo i commercianti ad aver paura delle possibili ritorsioni di «quelli di Africo», tanto da assicurare ai balordi ingressi e consumazioni gratis per evitare guai: «Facciamo buon viso a cattivo gioco», il motto. Anche gli avventori dei locali del centro di Cantù e persino coloro che si trovavano a passare per caso in macchina in piazza Garibaldi erano terrorizzati dal gruppo guidato da Giuseppe Morabito detto «Pascià», nipote dell’omonimo boss meglio conosciuto come «U Tiradrittu».

Tutti sotto scacco. Tutti muti o quasi quando i carabinieri chiedevano loro conto di aggressioni e angherie subite. Prendiamo l’episodio del 25 novembre 2015. La Bmw guidata da M.S. si trova la strada chiusa da un gruppo di ragazzi: «Alla mia vista, il gruppetto ha fatto per spostarsi e farmi pasare, ma uno di loro si è abbassato per guardarmi attraverso il finestrino del mezzo e mi diceva, appunto, di abbassarlo. Dopo avermi guardato in faccia, il giovane mi diceva: “Tu con il Bmw puoi passare!”. Tale frase mi irritava, tanto che istintivamente rispondevo al giovane: “Anche perché non ho voglia di far male a nessuno”. A queste mie parole si è scatenata una reazione incontrollabile da parte del gruppo di giovani. Io ripartivo, ma loro iniziavano a seguirmi, lanciandomi qualsiasi oggetto veniva loro per le mani». Tutto finito? No, perché il conducente della berlina, «arrabbiato», fa il giro dell’isolato e torna in piazza «per continuare la discussione con i ragazzi». Con quei ragazzi, però, è difficile discutere: «Ho visto che un giovane ha iniziato a venire verso di me con il braccio teso, puntandomi qualcosa. Ho realizzato quindi che avesse un’arma e ho fatto per ripartire, quando ho udito un colpo sulla portiera della mia autovettura. A questo punto, mi sono allontanato velocemente imboccando la via Manzoni e fermandomi davanti alla caserma dei carabinieri». A quel punto, i militari gli chiedono: «Conosceva quei giovani? Saprebbe riconoscerli?». La risposta: «Non in grado di descrivere con precisione i componenti del gruppo». E ancora: «Non penso di essere in grado di riconoscerli qualora li dovessi rivedere».

Dichiarazioni che i pm della Dda Alessandra Dolci e Sara Ombra non possono che definire «reticenti»: «Non è logico – ragionano – che il denunciante dichiari di non essere in grado non solo di riconoscere gli autori del reato, ma neanche di descriverli». Senza contare che, fuori verbale, S. dirà agli investigatori che «gli autori dello sparo si identificavano nel gruppo di frequentatori del bar Crystall». Passiamo alla notte del 10 gennaio 2016. Alcuni ragazzi, fuori da una discoteca, vengono prima provocati con una scusa qualunque e poi picchiati. Arrivano i carabinieri, che iniziano a chiedere informazioni ai presenti per ricostruire la dinamica dei fatti. Uno dei giovani picchiati li rassicura: «Mi sono fatto male cadendo da solo fuori da un locale». Falso. Saranno poi altri testimoni a ricostruire a verbale l’episodio, con tanto di generalità dei presunti colpevoli: «Il gruppo era formato da sei o sette persone, delle quali conosco i nomi di due persone. I nomi delle due persone sono Rocco Depretis e Giuseppe Morabito. Una terza persona la conosco come il fratello di Rocco Depretis, almeno così si è presentata».