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24 apr 2022

Milano capitale del caporalato urbano. L'allarme dell'Ispettorato del lavoro

Rider, badanti e muratori tra le categorie più sfruttare. L'allarme agli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta

24 apr 2022
andrea gianni
Cronaca
Tra i settori più colpiti c'è l'edilizia
Tra i settori più colpiti c'è l'edilizia
Tra i settori più colpiti c'è l'edilizia
Tra i settori più colpiti c'è l'edilizia

Dalle periferie di Milano, dove vengono reclutate braccia per i cantieri, fino alle forme più evolute dello "sfruttamento digitale" attraverso gli impieghi regolati da algoritmi e piattaforme. Milano è al centro di una vasta rete di "caporalato urbano", che alimenta un business milionario sulla pelle dei lavoratori principalmente in cinque settori: edilizia, volantinaggio, facchinaggio, logistica e anche servizi alla persona. Una realtà "molto simile" a quanto avviene nell’agricoltura, solo che il terreno è quello della città. Bruno Giordano, direttore dell’Ispettorato del Lavoro, ne ha parlato nel corso di una delle audizioni davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla sicurezza, finite al centro delle relazione intermedia di 400 pagine.

"Il caporalato urbano – ha spiegato Giordano – è dato dalla presenza presso alcune periferie delle grandi città, stazioni delle metropolitane o piazze di centinaia di lavoratori che ogni mattina hanno bisogno di essere presenti e farsi vedere per essere reclutati dai classici caporali. È la medesima realtà che conosciamo in agricoltura. A Roma e a Milano potremmo citare effettivamente decine di luoghi di questo tipo". Uno tra i tanti è piazzale Lotto, a Milano, al centro del “suk“ delle braccia per il lavoro in nero nei cantieri edili. E la lotta contro i caporali non avviene ad armi pari. "Per eseguire dei controlli su questa realtà abbiamo bisogno del controllo del territorio – ha proseguito Giordano in audizione – non di pochi ispettori, ma di decine di persone o di forze dell’ordine per attorniare una piazza o una stazione della metropolitana". Ancora più difficili sono i controlli nella giungla delle piattaforme digitali. Il "caporalato del terzo millennio", che ha la sua punta dell’iceberg nel fenomeno dei rider finito sotto la lente dell’Ispettorato del Lavoro e della Procura di Milano. La transizione digitale che stiamo attraversando, conclude la commissione d’inchiesta presieduta da Gianclaudio Bressa (Pd), porta con sé un "lato oscuro" nel versante occupazionale, visto che si sta caratterizzando per un impiego "sempre più massiccio" di strumenti innovativi, da cui è affiorato il fenomeno del "caporalato digitale", nel quale coloro che esercitano mansioni nella cornice della cosiddetta ‘gig economy’ (l’economia dei "lavoretti") hanno preso, oramai, il posto dei braccianti agricoli disseminati nelle campagne. E le "cooperative ‘spurie’ impongono un nuovo caporalato urbano e dettano le regole dell’illegalità nei magazzini". Una fotografia del fenomeno emerge anche dai numeri: dalle ispezioni condotte nelle cooperative nel 2020 è stato accertato un tasso di irregolarità pari al 78%, in aumento rispetto al 66% nel 2019.

Tutto questo si ripercuote anche nella piaga degli infortuni sul lavoro che, nel 90% dei casi, avvengono in piccole e medie imprese. Infortuni e malattie professionali che, secondo le stime della commissione, divorerebbero dal 3 fino al 6% del Pil italiano. Le commissione d’inchiesta, intanto, sta programmando una missione anche a Milano, dopo quelle già effettuate a Foggia, Prato e Caserta, tre “poli dello sfruttamento“. Al centro proprio il fenomeno del caporalato, digitale e “classico“. Nella relazione vengono citate, come “case study“, due indagini milanesi: quella sulle condizioni di lavoro dei rider e quella che portò all’amministrazione giudiziaria del colosso della logistica Ceva Logistic Italia. "Nella vicenda Ceva – evidenzia la commissione – affiora una prima grave lacuna del nostro ordinamento dovuta alla mancata previsione di una fattispecie autonoma per colui che benefici consapevolmente del lavoro in condizioni di sfruttamento. Da questo punto di vista la disciplina italiana sullo sfruttamento lavorativo non ha colto appieno le sollecitazioni sovranazionali". E il committente finale, ultimo anello della catena, rischia di rimanere impunito.

 

 

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