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17 mag 2022

Mani addosso, epiteti sull’avvenenza "Anche questi sono atti di violenza"

Le motivazioni della sentenza che ha condannato l’ispettore capo pattuglia della polizia. I giudici hanno stabilito un anno e sei mesi di reclusione con 5mila euro di multa in abbreviato

17 mag 2022

di Anna Giorgi

Un poliziotto ha violentato una collega di turno che, in auto con lui, stava pattugliando le strade di Milano. L’agente, 35 anni, è stato condannato a un anno, sei mesi e cinquemila euro di multa in abbreviato. É stata difficile la ricostruzione dei fatti da parte degli inquirenti perché l’uomo ha tentato più volte di incolpare la collega, cambiando versione ed è proprio incrociando i diversi racconti che sono emerse le incongruenze che hanno permesso al pm Pasquale Addesso e poi al gup Roberto Crepaldi di condannare il poliziotto. Nei verbali che hanno portato alla condanna in primo grado è descritta la condotta dell’agente superiore nel racconto della vittima: "Durante una conversazione telefonica con il suo interlocutore in stretto dialetto siciliano, lui iniziava a toccarmi prima i capelli, per poi scendere verso il collo. Molto infastidita, gli dicevo di smetterla, immediatamente cercando di scollare la sua mano, scuotendo le mie spalle; ignorando completamente il mio volere, nonostante le mie ripetute richieste, iniziava a toccare ripetutamente la parte destra del seno, continuando a deridermi durante la conversazione telefonica con il suo interlocutore .

Molto turbata ho trovato la forza - con tono alto, infastidito e adirato - di ribadirgli di smetterla ma oltre a toccarmi il seno, iniziava con la sua mano sinistra a toccarmi la coscia destra; a questo punto mi irrigidivo, stringevo le gambe cercavo con una delle mie mani di scostare ripetutamente la sua mano dal mio corpo.

Lui cercava di toccarmi ugualmente e ripetutamente durante tutto il tragitto di rientro". Gli inquirenti hanno specificato nelle motivazioni della condanna che non ci sono dubbi sulla riconducibilità della condotta alla no- zione di “atto sessuale”, avendo l’uomo "sfiorato zone tipicamente erogene del corpo della persona offesa (il seno, la coscia), nonché zone non direttamente erogene (il collo e, ancorché non oggetto di specifica contestazione, i capelli, ma in un contesto il tentativo di visionare il contenuto del cellulare della poliziotta alla ricerca di foto che la ritraessero in costume, i commenti fatti al telefono circa l’avvenenza della donna e con modalità tali da denotare un certo intento sessuale". Quanto alla caratteristica violenta della condotta tipica - si legge ancora nelle motivazioni - va rammentato come la giurisprudenza di legittimità abbia da tempo chiarito che "elemento oggettivo, oltre a consistere nella violenza fisica in senso stretto o nella intimidazione psicologica in grado di provocare la coazione della vittima, si configura anche nel compimento di atti sessuali repentini, compiuti improvvisamente all’insaputa della persona destinataria, in modo da poterne prevenire anche la manifestazione di dissenso".

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