Maleficio juju
Maleficio juju

Milano, 15 aprile 2019 - Schiave di un maleficio? Non sono poche le ragazze nigeriane che partono con mille speranze e si ritrovano sui marciapiedi italiani. Costrette a ripagare le spese di viaggio ai trafficanti di esseri umani che le han fatte venire fin qui, obbligate dal rito “juju” (non voodoo, come si crede) celebrato prima della partenza. Ma obbligate fino a che punto?

Per la prima volta in un processo penale che vede alla sbarra una maman nigeriana trapiantata nell’hinterland milanese e la sua famiglia, un’antropologa esperta di questioni africane offrirà una risposta tecnica a un giudice che le ha affidato una perizia sul tema.

Una 45enne ambulante nigeriana è in carcere perché imputata di riduzione in schiavitù e sfruttamento della prostituzione insieme al marito e a una figlia (questi due con ruoli minori). La donna si difende sostenendo di essersi limitata ad affittare una stanza a due giovani prostitute e a ricevere soldi da loro per questo e per le spese di viaggio non ancora rimborsate. («Le due ragazze che mi accusano dormivano in un’unica camera, avevano le chiavi di casa», dice). È stata una di loro, dopo essere scappata in Puglia, a rivolgersi alla polizia e far scattare l’inchiesta coordinata dal pm Adriano Scudieri. Vittima del maleficio “juju” e temendo per sé e per i suoi familiari, la giovane ha continuato a pagare la maman anche dopo essere fuggita al suo controllo e alla schiavitù del marciapiedi. Eppure aveva versato già più di 10mila euro, in realtà appena un terzo di quanto si era costretta e restituire in virtù del rito, quando il viaggio dalla Nigeria all’Italia costa meno di 500 euro.

Agli atti dell’inchiesta ci sono alcune intercettazioni ambientali che offrono lo squarcio di un mondo davvero particolare. «Da qualsiasi parte che sei tu, non avrai la pace di mattino, pomeriggio e di notte. No, non t’ho regalato quei soldi che ho speso per portarti dalla Nigeria all’Italia. Tu avrai sempre il fuoco addosso, non avrai la pace per la tua vita» ripeteva la maman in macchina parlando da sola a voce alta e chiamando per nome la ragazza debitrice in una sorta di monologo religioso o di preghiera.

E dunque fino a che punto - vuole sapere il gup Guido Salvini che ha disposto la perizia - quello strano rito celebrato in Nigeria a base di sangue, capelli, zampe di pollo - e richiamato dalla madama milanese - è tale da ridurre le ragazze in uno stato di schiavitù psichica rendendole per lo più incapaci di ribellarsi e di rivolgersi alle forze dell’ordine? La risposta “scientifica” proverà a fornirla entro fine maggio Alessandra Brivio, docente all’Università Bicocca specializzata in antropologia delle religioni, della schiavitù e di genere, autrice di ricerche e pubblicazioni su religioni africane, ritualità e materialità, dinamiche religiose ma anche di migrazione ed emancipazione delle donne in Africa. Toccherà a lei spiegare se davvero gli effetti del maleficio juju sulle ragazze siano tali da condizionarne la capacità di autodeterminazione e da innescare situazioni di dipendenza e di soggezione verso le maman che le accolgono. In pratica, una vera e propria schiavitù.