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25 feb 2022

Arcangelo e Spartaco, latitanti nel Donbass. Con loro un "esercito" di mercenari

Nel 2014 si erano uniti alle milizie filorusse, da allora sfuggono alla giustizia italiana. Propaganda sui social e galassia ancora nell’ombra

25 feb 2022
andrea gianni
Cronaca
Una foto di Massimiliano Cavalleri pubblicata sul suo profilo Facebook
Una foto di Massimiliano Cavalleri pubblicata sul suo profilo Facebook
Una foto di Massimiliano Cavalleri pubblicata sul suo profilo Facebook
Una foto di Massimiliano Cavalleri pubblicata sul suo profilo Facebook

Milano - È latitante da anni, ma fa sentire la sua voce attraverso i social. Circolano in queste ore su Facebook testimonianze attribuite all’estremista di destra Andrea Palmeri, soprannominato “Generalissimo”, uno dei foreign fighter che partirono dall’Italia per unirsi alle milizie filorusse nel Donbass quando nel 2014 scoppiò la guerra civile nella regione dell’Ucraina, dopo che la Repubblica Popolare di Donetsk e la Repubblica Popolare di Lugansk proclamarono l’indipendenza. Scrive di trovarsi a Lugansk, punta il dito contro "la tracotanza dei democratici americani veri responsabili di questa guerra", chiede ai suoi contatti di "fare dei post per diffondere la verità". Invito raccolto da una galassia di utenti della rete e sedicenti pagine di "controinformazione" che, da quando è scoppiata la guerra, rilanciano i suoi post.

Sulle spalle del toscano Palmeri, ex capo ultrà 42enne, c’è un mandato di arresto europeo e una condanna a 5 anni di carcere nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Genova su reclutatori e mercenari nel Donbass. L’indagine aveva coinvolto anche i lombardi Massimiliano Cavalleri e Gabriele Carugati, che si troverebbero ancora nella regione flagellata da anni di guerra, raggiunta nel 2014. In quegli anni facevano sfoggio, sui social, di fotografie in tuta mimetica e armi alla mano. Cavalleri, nome di battaglia "Spartaco", si vantava di aver "combattuto per quattro anni sui fronti più caldi del Donbass, di aver perso molti amici ed essere stato ferito tre volte". Carpentiere di Cologne, nel Bresciano, il neofascista 46enne Cavalleri in una conversazione telefonica con un uomo "dall’accento bresciano" intercettata dai carabinieri del Ros nell’ambito dell’inchiesta genovese si vantava: "Sono terrorista per Kiev, ho una taglia sulla testa". Poi, parlando di un ipotetico ritorno in Italia: "Se torno indietro mi viene voglia di prendere la pistola e cominciare a sparare a destra e sinistra (...) adesso c’ho anche il grilletto facile".

Gabriele Carugati, detto "Arcangelo", 32 anni, è cresciuto a Cairate (Varese). Sua madre, Silvana Marin, all’epoca segretaria della sezione della Lega, aveva appoggiato la scelta: "Mi rende orgogliosa". I loro profili Facebook sono silenti da tempo. Secondo gli inquirenti Cavalleri e Carugati non avrebbero lasciato le zone separatiste, anche per schivare la giustizia italiana.

Il lecchese Vittorio Nicola Rangeloni, altro lombardo nel Donbass, è invece attivissimo sul web, con articoli che fanno da megafono alle argomentazioni della propaganda filorussa. Un altro lombardo finito nel Donbass, il milanese Luca Pintaudi, che fu leader studentesco della sigla Uld in Cattolica, ha invece lasciato da anni il fronte, dopo un passaggio in Kurdistan nel 2015. Nella stessa rete l’imprenditrice di Gussago (Brescia) Romana Mengaziol, titolare di un’agenzia di sicurezza privata con sede a Londra, indagata anche a Brescia. Una figura chiave, secondo gli inquirenti, nell’organizzazione dei viaggi verso Est.

L’inchiesta genovese avviata nel 2013 nell’ambito delle indagini sull’area skinhead aveva già portato, nel 2019, a condanne per tre mercenari: 1 anno e 4 mesi per Vladimir Verbitchii, operaio di origini moldave, 2 anni e 8 mesi per Olsi Krutani, albanese sedicente ex ufficiale delle aviotruppe russe. Il campano Antonio Cataldo aveva patteggiato due anni e 8 mesi. Le sirene della guerra avevano attirato almeno una ventina di italiani partiti per il Donbass, con alle spalle una rete di fiancheggiatori e finanziatori rimasta per lo più nell’ombra. Una galassia dove si muovevano gruppi di estrema destra e di opposto colore, neonazisti e ultrà, mercenari di professione e associazioni spuntate per sostenere la popolazione, come il Coordinamento solidale per il Donbass, che si sono rivelate un canale di reclutamento e propaganda. La pagina Facebook dell’associazione, nel comitato promotore il 28enne brianzolo Orazio Maria Gnerre e Pintaudi, non è più aggiornata dal maggio 2018, quando furono organizzate iniziative a Bergamo e Padova. Il sito internet non è più attivo. Negli atti dell’inchiesta di Genova compare anche l’associazione milanese Lombardia-Russia, presieduta dal leghista Gianluca Savoini al centro del cosiddetto Russiagate. Verbitchii la lodava perché "cerca di dare un’informazione veritiera sulla reale situazione in Ucraina". Oltre ai filorussi, partirono per il Donbass altri italiani vicini ai nazionalisti ucraini. Divisi dal fronte ma uniti dalle stesse idee politiche, di estrema destra.
 

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