Renato Zardini
Renato Zardini

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Cinisello Balsamo (Milano), 28 gennaio 2021 -  Renato usa la parola fortuna come un filo sottile che ha unito i diversi eventi della sua incredibile vita che lo ha visto passare attraverso i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, la prigionia in un lager in Germania, e poi i lavori più umili, fino a concludere la carriera da amministratore delegato in una società di cordami. Novanta anni compiuti a settembre, Renato Zardini si trova da settimane in un letto dell’ospedale Bassini di Cinisello, dove ha combattuto e vinto anche il Covid. "Ho pensato che la fortuna mi avesse abbandonato – confessa candidamente, parlando con il volto coperto dalla mascherina –. Quando sono arrivato in ospedale con l’ambulanza pensavo fosse arrivato il momento di morire, ma a quanto pare ho vinto anche questa battaglia".

Da circa un mese è ricoverato in ospedale ed ora, in via di guarigione, è stato trasferito al reparto subacuti dove è diventato la “mascotte” di tutti i sanitari. A colpire è la sua storia di vita incredibile che lo rende un testimone lucido e preciso delle sofferenze della guerra. I suoi racconti hanno fatto il giro dell’ospedale Bassini e la sua forza d’animo, che gli ha fatto vincere il Covid, è diventata d’ispirazione per tutti. "A 14 anni, avevo appena finito il collegio, quando la guerra ci ha cambiato vita – racconta con dovizia di dettagli –. Una mattina andavo al lavoro con mio padre, seduto sulla canna della sua bicicletta, quando in piazzale Loreto siamo stati fermati da un pattuglia di tedeschi. Mi hanno chiesto quanti anni avessi. Poi hanno detto, “14 gut, buono per lavorare”. Ci hanno prelevati e trasportati a Dessau, in Germania, dove per un anno e 2 mesi ho lavorato come garzone nell’officina nella quale si costruivano i missili che Hitler voleva usare per bombardare l’Inghilterra".

Renato si definisce un sopravvissuto. "Non ero in campo di sterminio, perché non sono ebreo. Ma per i tedeschi noi eravamo carne da macello. Ogni giorno camminavamo 9 chilometri per andare a lavorare e la sera facevamo il percorso inverso per tornare al campo dove ci davano da mangiare solo brodaglia. Avrei mangiato anche il tavolo, ma non avevamo nulla". Nei giorni della liberazione, il suo destino sembrava segnato. Insieme a un altro centinaio di lavoratori era stato destinato a una polveriera, dove sarebbe stato ucciso. "I tedeschi non volevano lasciare tracce – ricorda –. Ci hanno fatto camminare 120 chilometri senza cibo per portarci in un luogo dove avrebbero potuto eliminarci senza lasciare tracce. Per fortuna alcuni aerei alleati ci hanno visti e hanno inviato le pattuglie che ci hanno liberati". Il suo ritorno in Italia è durato 40 giorni, nel caos di una Europa sconvolta e divisa. "Tornato a Milano, la nostra casa non c’era più – spiega –. Ho dovuto ricostruire la mia vita da zero. Ho lavorato come fattorino, e ho fatto l’interprete sfruttando l’inglese imparato da profugo in Germania. Poi sono stato impiegato alle Poste. Ho fatto anche il batterista, ma sono orgoglioso di aver concluso la mia carriera da amministratore delegato di un’azienda che ho contributo a far crescere". Oggi, ad attenderlo fuori dall’ospedale, ci sono le due figlie Laura e Stefania.