Tecniche di difesa
Tecniche di difesa

Milano, 31 maggio 2017 - Prima e unica donna in Italia ad aver conseguito il livello di «Expert» di Krav Maga (in ebraico «combattimento con contatto»). Insegnante nella prima palestra al mondo, all’interno di un ospedale, per la cura del bullismo. Gabrielle Fellus, esperta da 16 anni in tecnica di difesa israeliana, è straordinaria anche per la sua esistenza. Si è regalata una seconda vita: una magia che riesce solo a pochi. «Sono nata a Tripoli e ho vissuto a Roma fino a vent’anni. Poi mi sono trasferita a Milano. Qui ho lavorato come imprenditrice di abbigliamento, con il marchio Visconti. Nel 2002, il Krav Maga è entrato nella mia vita e l’ha cambiata».

Gabrielle, in palestra tutti i giorni a Milano?

«Macché. Quindici anni fa eravamo agli albori, per questa disciplina. Il mio maestro è stato Philippe Kaddouch di Ginevra. Al suo corso ero l’unica donna. Ricordo che Philippe continuava a richiamarmi alle lezioni: pensai di mollare. E lui mi disse: “Se vuoi insegnare troverai sempre un uomo che ti vorrà sfidare: se la tua tecnica non è perfetta, non avrai rispetto”. Diventai istruttrice nel 2004. In Israele, dove questa arte marziale è nata, ho seguito seminari al limite della sopportazione fisica e mentale…».

Ci faccia qualche esempio concreto.

«Dovevamo essere in grado di attaccare dopo estenuanti prove fisiche, aggressioni a sorpresa o bendati. Nella mia testa, intanto, mi era sempre più chiaro che quest’hobby poteva diventare un lavoro. C’è chi mi diede della pazza quando mollai la moda. Aprii la mia palestra, in via Cantoni, perché ci credevo al 100 per cento. E ci credo ancora».

È vero che tra i suoi allievi c’è anche il direttore di Pediatria del Fatebenefratelli di Milano, Luca Bernardo?

«Sì, cominciò a frequentare le mie lezioni. Dopo un po’ si presentò: era interessato alle applicazioni del Krav Maga nel disagio adolescenziale. Dal 2014 abbiamo aperto, proprio all’interno della Casa Pediatrica del Fatebenefratelli, una palestra di autostima e autodifesa, rivolta a vittime e bulli. Non ci sono solo adolescenti ma anche molti bambini di 7/8 anni, persino di 6».

Come lavora su un ragazzo che ha subìto aggressioni fisiche o verbali?

«Il metodo “I Respect” è un programma che coinvolge il corpo e la mente, trasformandolo da vittima in soggetto capace di reagire. La cosa essenziale è l’autostima. Si inizia a lavorare sulla voce, lo sguardo, che spesso è puntato verso i piedi, e la postura. Io insegno al mio allievo che ha uno spazio attorno a lui che deve difendere: chi lo invade, è un aggressore. Quando cambia il “puzzle” nel suo cervello, impara ad usare il suo istinto. Ad alzare il braccio, per proteggersi il viso, se arriva una sberla».

E sul bullo quali esercizi compie?

«Completamente diversi. L’obiettivo in questo caso è mutare la sua leadership da negativa a positiva. Prendendo a pugni un cuscino – controllando sempre il gesto – incanala la sua rabbia. Che può avere origine anche da episodi di prevaricazione, come è successo ad un ragazzino di 13 anni che segue i miei corsi. La lezione più preziosa, però, è sempre il rispetto. Così diventa “un guerriero di luce”. Altrimenti si trasformerà in un adulto prepotente, alla ricerca di altre vittime».