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20 mar 2022

"Io e il Carcano, che bella sfida Sogno un nuovo umanesimo"

La fondatrice di Atir, Serena Sinigaglia, firma l’attesa produzione de “La Peste” di Camus: un testo perfetto che rappresenta i nostri istinti più brutali e ignoranti ma anche l’empatia che è in noi

diego vincenti
Cronaca
“La peste“ in scena da martedì propone la metafora delle difficoltà che dobbiamo affrontare
“La peste“ in scena da martedì propone la metafora delle difficoltà che dobbiamo affrontare
“La peste“ in scena da martedì propone la metafora delle difficoltà che dobbiamo affrontare

di Diego Vincenti

La peste ha colpito Orano. Un cordone sanitario isola la città dal resto del mondo. Mentre nei suoi vicoli prende vita una nuova normalità che si alimenta di dolore, di profitto, di coraggio. Ma cosa simboleggia la malattia? Capolavoro di Camus, "La Peste" arriva da martedì al Teatro Carcano. Nuova produzione. Firmata da Serena Sinigaglia, fondatrice dell’Atir e da qualche mese con Lella Costa alla direzione del palco di Porta Romana. Titolo atteso. Per ovvie ragioni. Adattato da Emanuele Aldrovandi e con in scena Marco Brinzi, Alvise Camozzi, Matteo Cremon, Oscar De Summa e Mattia Fabris.

Serena, perché l’ha definito il testo perfetto?

"Lo è stato per me come lettrice, arrivando nel momento in cui ne avevo più bisogno per fornirmi risposte e visioni. Ma in questo è centrale il nostro stato d’animo. La lettura è un’azione personale, avvicinabile all’esperienza del teatro per come sei chiamata al suo completamento".

Che risposta ha trovato?

"La peste è una metafora delle difficoltà con cui ci dobbiamo confrontare. Ma rappresenta anche i nostri istinti più brutali ed ignoranti. I topi che emergono da una città in putrefazione sono soltanto l’inizio, di una riflessione che spinge a domandarti cosa l’uomo riesca ad essere oltre a questo. Perché in noi c’è violenza ma anche empatia. Un amore laico che ridona luce e senso. E che risuona come un’educazione ai valori più sacri e trascendentali".

Camus però conclude ricordando come la malattia tornerà perché l’uomo rimane peste di sé stesso.

"È così. Ma io l’ho tolto. Siamo con le ossa rotte, quelle parole mi facevano male. Ho voluto condividere solo la luce".

Come è stato tornare al teatro?

"Io non mi fermo mai. Quando non avevo lavoro me lo sono inventato. Fare il mio mestiere non è facile per una donna, ancor più per una donna non allineata come me, in tutti i sensi. Però ora assisto a un grave peggioramento della qualità, con tempi di lavoro sempre più folli e compensi inferiori. È un periodo terribile. Non mi sono mai illusa di un cambiamento positivo. Ma è peggio del mio pensiero peggiore".

L’esperienza al Carcano?

"È una straordinaria occasione di crescita, giunta in maniera del tutto inaspettata. Chiaramente è anche una situazione complessa, il Carcano è una nave gigantesca adagiata lì, una grande sala di mille posti senza però sale prove o spazi liquidi, modulabili. In qualche modo è una sfida ancora più grande del Ringhiera".

Cosa intende?

"Quando con Atir siamo arrivati al Ringhiera c’era solo un posto abbandonato. Noi ci abbiamo portato vita e bellezza. Ma il mio umanesimo ha bisogno di un tempo lungo per riuscire a portare senso, senza rincorrere appeal o risultati immediati. Tutto questo deve incastrarsi con la natura del Carcano, ovvero un teatro privato a finanziamento pubblico. Ma questa volontà di avere me alla guida, credo sia già un segnale importante. Sarà una bella lotta".

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