Da sinistra Massimo Merlo e gli altri operai sul carroponte della Innse (NewPress)
Da sinistra Massimo Merlo e gli altri operai sul carroponte della Innse (NewPress)

Milano, 3 ottobre 2017 - Una vittoria a metà per Massimo Merlo, uno degli operai della Innse che nel 2009 salirono sul carroponte in via Rubattino per salvare la storica azienda metalmeccanica dalla chiusura. Il Tribunale del Lavoro di Milano ieri ha dichiarato «illegittimo» il suo licenziamento per motivi economici. Merlo, 61 anni, non verrà però reintegrato perché, sulla base della legge Fornero, il rapporto di lavoro potrà essere risolto dall’azienda pagando come risarcimento venti mensilità. «Il mio obiettivo era quello di tornare a lavorare - spiega Merlo - adesso valuteremo se fare ricorso in appello contro la sentenza».

Nei prossimi giorni sono previste le sentenze sui ricorsi presentati da Vicenzo Acerenza, anche lui protagonista della battaglia sul carroponte, e per un altro dipendente licenziato. Nell’estate del 2009 Massimo Merlo, Acerenza e altri due colleghi trascorsero nove giorni su una piattaforma all’interno della fabbrica a rischio chiusura, uno dei pochi simboli rimasti della storia industriale di Milano. La vicenda si risolse all’apparenza con un lieto finale il 13 agosto. Il gruppo bresciano Camozzi acquisì l’azienda garantendo investimenti e l’impegno per rilanciare la produzione, e gli operai scesero dal carroponte accolti dai colleghi in festa davanti ai cancelli. Con lo scorrere del tempo, però, la favola si scontrò con la realtà.

Nel 2016 la cassa integrazione, poi la bocciatura di un accordo proposto dalla Fiom, il blocco della produzione e una drastica riduzione del personale. Duri scontri con la proprietà, sfociati in 38 provvedimenti disciplinari. Merlo, Acerenza e altri due dipendenti furono licenziati per motivi economici. «Io ho sempre lavorato come collaudatore - sottolinea Merlo - e nella lettera di fine rapporto hanno scritto che si sarebbero occupati dai collaudi gli operai macchina. Quindi la mia figura non era più necessaria». Dal giorno del licenziamento sono in presidio permanente davanti ai cancelli e, intanto, è andata avanti anche una battaglia legale. Ieri è arrivata la prima sentenza del Tribunale del Lavoro, che ha dichiarato «illegittimo» il provvedimento dell’azienda, condannata a saldare le mensilità. Non è stato stabilito, però, il reintegro. Intanto, otto anni dopo la protesta sul carroponte, una novità positiva. Sono arrivate nuove commesse e la produzione, nella storica fabbrica di via Rubattino, è ripresa, anche se non ancora a pieno ritmo.