Milano, 20 ottobre 2018 - «Abbiamo individuato una chiave, e spesso quella chiave apre più di una porta». La metafora dell’investigatore è chiarissima: le indagini sui traffici illeciti di rifiuti hanno fotografato un modus operandi ricorrente, un sistema che si replica, sempre più spesso negli ultimi anni. Il business illegale si fonda su un concetto, spiega chi indaga sul fenomeno: abbattere i costi intermedi della filiera per massimizzare i profitti.

Appetiti criminali che si inseriscono in un mercato che sta vivendo un momento di crisi: lo stop della Cina all’acquisizione dei «residui riciclabili» di plastica e carta ha generato un inceppamento della macchina, visto che l’Europa non è in grado di assorbire tutto il materiale di scarto che produce. Così gli imprenditori onesti vanno in difficoltà, costretti a fronteggiare concorrenza sleale e spese sempre più elevate. Metteteci poi che solo in Lombardia ci sono 2.800 impianti autorizzati e 13 inceneritori sui 40 attivi in Italia e che giocoforza il flusso di rifiuti segue la direttrice Sud-Nord; e non perché ci sia necessariamente dietro la criminalità organizzata (nella maggior parte dei casi non è così), bensì perché qui ci sono gli impianti. Ecco le premesse, le condizioni di partenza che i delinquenti sfruttano per infilarsi negli ingranaggi e proliferare, a volte coinvolgendo ditte con l’acqua alla gola.

Come funziona? Partiamo dalla figura del broker, un intermediario che conosce benissimo il settore e che mette in contatto le aziende interessate a disfarsi di rifiuti con quelle autorizzate a trattarli: nell’inchiesta dei carabinieri forestali che si è conclusa qualche settimana fa con sei arresti, quel ruolo-chiave era rivestito secondo gli inquirenti da Riccardo Minerba, accusato di aver orchestrato il trasferimento di tonnellate di rifiuti dalla Corsico Rottami (che avrebbe acquisito quantitativi 5-6 volte superiori al consentito) al capannone abusivo di Corteolona, dato alle fiamme il 3 gennaio 2018, per un guadagno di un milione di euro. 

Una volta incamerati i rifiuti, chi lavora in maniera illegale ha due strade: effettuare il giro bolla o stoccare il materiale in un deposito e lasciarlo lì. Nel primo caso, l’azienda acquisisce i rifiuti in maniera regolare e, con l’aiuto di un’impresa che mette a disposizione i mezzi, li trasporta in un deposito autorizzato: a questo punto, i rifiuti dovrebbero essere trattati, invece vengono solo impacchettati e spediti in inceneritore con documentazione farlocca. La seconda opzione è ancora più facile e dalle conseguenze ugualmente pericolose per l’ambiente: i rifiuti restano fermi, andando a riempire sempre più il magazzino, regolare o meno. Quando non c’è più spazio, come a Corteolona, oppure quando qualcuno ha sentore che stia per arrivare un blitz delle forze dell’ordine, scoppia l’incendio. Un modo, hanno ricostruito in più occasioni i militari del Nucleo operativo ecologico, per impedire a chi indagherà di tracciare il rifiuto e per evitare che vengano addebitati i costi di bonifica. Del resto, e vale ovviamente fino a prova contraria pure per gli incendi di via Chiasserini e Novate Milanese, chi gestisce una struttura che va a fuoco è vittima di incendio doloso. In molti casi però – su quelli accaduti tra domenica e lunedì le indagini sono appena iniziate – gli investigatori hanno poi accertato che in realtà i roghi erano stati architettati proprio da coloro che avevano stoccato i rifiuti per disfarsene nel più breve tempo possibile. Una soluzione estrema, che comunque fa emergere un sito. Il lavoro più difficile, fa capire chi combatte ogni giorno questa battaglia, è individuare discariche abusive come quella sequestrata dal Noe a Cornaredo: dovevano esserci stand per fiere, c’era tutt’altro. Fuori da ogni regola.