Un altro clan smantellato in Lombardia dalle forze dell'ordine
Un altro clan smantellato in Lombardia dalle forze dell'ordine

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L’imprenditore in crisi che si rivolge agli strozzini per un prestito a cinque zeri. Le rate da ripagare in tempi stretti e le scadenze impossibili da rispettare. E gli emissari dei clan che pian piano penetrano nell’azienda, facendone cosa loro. La storia di Paolo (nome di fantasia) emerge dall'indagine "Atto Finale" della Direzione distrettuale antimafia della Procura di Brescia su un giro di usura aggravato dal metodo mafioso: in manette, tra gli altri, il cinquantatreenne Vincenzo Facchineri, originario della calabrese Cittanova e residente a Cesano Boscone, ritenuto un esponente dell’omonima cosca e definito nelle carte talmente in alto nella piramide criminale "da potersi fregiare della dote del Medaglione"; arrestati pure il cugino Giuseppe, il "Santista" Francesco Scullino e Salvatore Muià, a sua volta considerato "intraneo alla ’ndrangheta".

L’incubo dell’imprenditore milanese, titolare di un autonoleggio di macchine di lusso, comincia all’inizio del 2019, quando le continue difficoltà economiche lo spingono a rivolgersi a Roberto Franzè (cravattaro certificato dalle condanne e con precedenti anche per droga), che gli concede quattro prestiti da 100mila euro l’uno a tassi di interesse usurari (230mila euro). Paolo non riesce a onorare gli impegni, e così a dicembre Franzè gli presenta un altro imprenditore, il romano Nicola Bonelli, che a sua volta gli procura un appuntamento con Raffaele Maffettone, gestore di diverse società bresciane di rivendite auto ufficialmente amministrate da parenti. È proprio quest’ultimo, nel gennaio 2020, a prestare a Paolo 194mila euro. L’accordo prevede la restituzione del capitale entro il 31 dicembre, con il pagamento di interessi mensili di 15mila euro, oltre al noleggio a titolo gratuito di cinque auto. Così, nel giro di pochi mesi, la ditta dell’imprenditore cede a una delle srl di Maffettone una Mercedes del valore di 35mila euro e dà in uso gratis una Maserati Gran Cabrio a Rocco Zerbonia (precedenti per ami, sequestro di persona, rapina, estorsione e lesioni personali), una Passat ad A.M., una Mercedes a Bonelli e una McLaren e un’Audi RS6 a Maffettone.

Agli investigatori l’imprenditore taglieggiato precisa che "la trattativa per la concessione del prestito – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice Riccardo Moreschi – era stata gestita da Zerbonia e da un altro calabrese pelato (successivamente identificato in Scullino), i quali a loro volta si rapportavano a Vincenzo Facchineri e Salvatore Muià, dimoranti a Cesano Boscone, a lui noti per essere intranei alla ’ndrangheta". La ricostruzione di Paolo ci porta al 6 giugno 2020, quando, per ottenere la restituzione della RS6 da Maffettone, è costretto "a rilasciare in garanzia sette assegni in bianco", presi in consegna dall’emissario Salvatore Carvelli (per lui il gip ha disposto i domiciliari). Il 30 giugno, Paolo viene nuovamente convocato da Maffettone, che gli recapita un foglio manoscritto "avente ad oggetto un nuovo piano di rientro del debito, quantificato in 310mila euro". Le pressioni si fanno quotidiane, fin quando l’8 settembre Paolo viene costretto a sottoscrivere un documento che attesta il passaggio di titolarità dei sette assegni consegnati a maggio. Lui prova a opporsi: Maffettone e Bonelli gli urlano "Infame" e gli fanno chiaramente capire che non rinunceranno mai al loro credito, "a costo di perseguitarlo per tutta la vita"; Scullino gli dice che non può "più sbagliare" e che del patto verranno informati pure "Vincenzo e Sandro", vale a dire Facchineri e Muià. Alla fine, l’imprenditore cede e firma "il riconoscimento di debito per 340mila euro". Paolo è ormai in trappola, "preoccupato sia per l’aspetto societario ed economico, qualora gli assegni venissero posti all’incasso, sia per l’aspetto personale suo e della sua famiglia, per possibili ritorsioni violente". Così qualche tempo dopo decide di denunciare gli strozzini legati ai clan, innescando così uno dei filoni d’inchiesta che si sono chiusi all’alba.

Un’altra parte dell’operazione si è invece concentrata sulla vicenda di un imprenditore bresciano che per decenni sarebbe stato tenuto in scacco da Facchineri, al quale lui stesso si rivolse negli anni Novanta (coi buoni uffici del figlio di un notissimo esponente della banda della Magliana) per ottenere protezione da un socio che a sua volta aveva chiesto aiuto alla criminalità organizzata per intimidirlo. Tuttavia, quel passaggio nella terra di mezzo lo precipiterà in breve tempo in un gorgo senza fine di ricatti, richieste continue di denaro e favori da ricambiare all’infinito che solo tra 2008 e 2014 gli sarebbe costato 348mila euro.