di Stefania Consenti "Come sarà questo settembre a Milano? Non ci sono pendolari, non ci sono gli studenti che adesso capiremo come riusciranno ad entrare in classe. Non c’è nemmeno quella fetta rappresentativa dell’industria culturale, dai ricercatori all’addetto alle pubbliche relazioni che hanno contratti precari e se ne stanno a casa, sparsi in Italia...." Della serie “Dio è morto, Marx pure, e anche io non mi sento molto bene”, citazione di Eugene Jonesco, attribuita a Woody Allen... "Ma no, è che anche io ne sono impressionato. La città è spopolata. E tanti, anche fra i miei amici, per la prima volta si sono chiesti perché devono tornare a vivere a Milano a combattere per far quadrare i conti". Bertram Niessen, 41 anni, direttore scientifico di cheFare, agenzia per la trasformazione culturale, di professione si occupa di spazi urbani, economia della cultura, culture della rete e della collaborazione, innovazione dal basso, arte elettronica. Ma il modello Milano dov’è finito? "E’ finito". Il...

di Stefania Consenti

"Come sarà questo settembre a Milano? Non ci sono pendolari, non ci sono gli studenti che adesso capiremo come riusciranno ad entrare in classe. Non c’è nemmeno quella fetta rappresentativa dell’industria culturale, dai ricercatori all’addetto alle pubbliche relazioni che hanno contratti precari e se ne stanno a casa, sparsi in Italia...."

Della serie “Dio è morto, Marx pure, e anche io non mi sento molto bene”, citazione di Eugene Jonesco, attribuita a Woody Allen...

"Ma no, è che anche io ne sono impressionato. La città è spopolata. E tanti, anche fra i miei amici, per la prima volta si sono chiesti perché devono tornare a vivere a Milano a combattere per far quadrare i conti".

Bertram Niessen, 41 anni, direttore scientifico di cheFare, agenzia per la trasformazione culturale, di professione si occupa di spazi urbani, economia della cultura, culture della rete e della collaborazione, innovazione dal basso, arte elettronica.

Ma il modello Milano dov’è finito?

"E’ finito".

Il sindaco Sala dice di no. Restano i valori...

"Il modello che ha spinto Milano negli ultimi otto anni, da quando era stato eletto Pisapia, stava già mostrando le crepe, nel rapporto fra redditi e costo della vita, da almeno un biennio, quindi da prima del Covid.

Diciamo che il virus ha accelerato un processo che ha accentuato drammaticamente le disuguaglianze sociali e i cui effetti li vedremo fra un pochino. Tende a buttare fuori i più svantaggiati, i più poveri. Ma se uno poi va a vivere a Rozzano non è che il problema è risolto. La marginalità sociale ricade ugualmente sul sistema, sulla città. Oggi tutti quelli che hanno un posto fisso sono preccupati di perderlo. C’è un tasso di incertezza che non è solo per il virus, non c’è una generica preoccupazione per un futuro economico ma c’è proprio un sentimento del tipo “non so che cosa farò professionalmente fra trenta giorni“. Una dimensione dell’incertezza mai vissuta prima dalla mia generazione. Non era mai successo, neanche con la crisi del 2008 che ha fatto saltare tante carriere professionali".

Milano costretta a fare i compiti e a ripartire...ma da dove?

"La cultura è tante cose: lavoro, identità, tradizione, appartenenza. In questo momento abbiamo bisogno - forse che più di tutto il resto - di una cultura che dia senso al nostro vivere quotidiano. Non c’è un modo diverso, una scorciatoia per ricostruire un’immagine del presente e del futuro se non partendo da qui. I mondi della cultura contemporanea si interrogano su alcune domande-chiave: cosa è la natura? Cosa è la salute? Cosa vuol dire “vivere bene”? Cosa è una casa? Chi sono i veri “congiunti”? Milano deve mettere a disposizione dei propri abitanti queste riflessioni. E non solo degli abitanti più ricchi, che vivono in centro e che hanno studiato. Di tutti. E stavolta chi accetterà di candidarsi a sindaco, dovrà sfruttare la grande opportunità di inventarsi la città a quindici minuti con il pensionato che sta a Baggio e che va a sentire, ad un chilometro da casa sua, un concerto di altissimo livello, senza dover andare alla Scala o a Palazzo Reale per una mostra esclusiva. Dalla nostra esperienza vediamo che la proposta messa a punto dalle ammistrazioni comunali con le quali ci capita spesso di lavorare è capillare certamente nei quartieri ma non sempre di alta qualità come invece ormai avviene anche all’estero".

Ricapitolando: cosa dobbiamo mettere nella scatola degli attrezzi? Cultura di prossimità il primo punto e poi?

"Ci vuole una cabina di regia politica che metta insieme tutti i mondi di Milano, dalla moda al design, al lusso, che hanno competenze e devono inventarsi qualcosa da fare. Cosa fa il design se non c’è il fuori salone?

Dal design ci si aspetta che indichi altri nuovi modi di stare insieme, di mobilità. Così per la moda e l’editoria".

La sua ricetta?

"Per trovare le strade, Milano deve chiedere ai filosofi, agli artisti, agli scrittori. Ai giovani, alle donne, alle seconde generazioni. Deve mettere in campo subito un grande piano di residenze per artisti, agevolare i giovani con borse di studio e progetti pilota che riportino esperienze ed intelligenze in città. Questa città negli anni ha attirato i migliori profili da ogni parte d’Italia, questa è stata la sua ricchezza. Deve essere capace di reinventare l’imprevisto che è la cosa che distingue la città da un posto qualsiasi in provincia, puntare a migliorar la qualità della vita. Restituire esperienze con elementi di gratuità, ma su questo fa ancora molta fatica. Milano si è troppo seduta sugli allori negli ultimi tempi".

Altrimenti?

"C’è il rischio di un sorpasso. Milano ha dei competitor, Bologna, dove la qualità della vita è buona, dove i residenti sono felici, e Torino che anche se in questo momento appare ferma (segnalo la lettura interessante di un libro “Chi ha fermato Torino, Una metafora per l’Italia” di Arnaldo Bagnasco , Giuseppe Berta e Angelo Pichierri) ha grandi potenzialità e un’idea di governance forte, più forte di Milano. Perchè i cambiamenti partono dalle città".

Con buona pace di Stefano Boeri e dei suoi “borghi”.