La Bicocca
La Bicocca

Milano, 16 marzo 2020 - Lucido come pochi anche nei suoi 92 anni carichi di vita, di impegni, di progetti. Vittorio Gregotti, grande protagonista dell’architettura italiana del Novecento, è la prima vittima illustre dell’epidemia di coronavirus. E’ morto nella clinica San Giuseppe, in seguito alle complicanze di una polmonite.
Era innanzitutto un figlio del suo tempo, della generazione che ha animato il dibattito culturale del secondo Dopoguerra, quella che ha lavorato alla ricostruzione e creduto nella forza delle idee, nel legame col territorio

Intellettuale a tutto tondo. E’ stato un architetto estremamente prolifico, con 1.600 progetti realizzati. A Milano ha lasciato tracce importantissime, suo il progetto Bicocca , con il teatro degli Arcimboldi, di cui andava fiero e i lavori di ampliamento della sede del Corriere della Sera. "Ho ridato qualità alle periferie", amava ricordare. E in qualche modo ciò lo risarciva della delusione per l’altro progetto, il controverso quartiere Zen di Palermo, diventato simbolo di marginalità e dell’emergenza abitativa dell’intero Mezzogiorno. "Un buon progetto che non è stato realizzato come avrebbe dovuto", commentava con lucida amarezza qualche anno fa in alcune interviste per i 90 anni. Tra gli altri suoi edifici più noti la Chiesa di San Massimiliano Kolbe a Bergamo, la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea Accademia Carrara. A chi gli chiedeva quali fossero i progetti di cui andasse più fiero, Gregotti era solito rispondere così: "Il lavoro che mi rappresenta di più è sempre l’ultimo...".

E il suo ultimo lavoro è del 2012: la ristrutturazione e trasformazione da ex fabbrica a teatro del Teatro Fonderia Leopolda a Follonica. Ma è il suo ultimo libro che diventa ora il suo testamento, Il mestiere di architetto, a cura di Matteo Gambaro. Rivolto anche alle giovani generazioni. Nel 2018 il Pac gli ha dedicato una mostra antologica. Pluripremiato, nel 2012 aveva ricevuto la Medaglia d’Oro dell’Architettura Italiana alla carriera, nella stessa edizione in cui furono premiati Gae Aulenti e Maria Giuseppina Grasso Cannizzo.

«(....)Decisi di cercare lavoro e soprattutto insegnamento presso lo studio BBPR, incontrando così il mio vero maestro, cioè Ernesto Nathan Rogers, che avevo casualmente incontrato alla libreria Aldrovandi, dove ogni sera chiacchieravano molti tra i più interessanti protagonisti della cultura di quegli anni", ricorda nel libro Gregotti a proposito della suo iniziale e proficuo rapporto con lo studio BBPR che era in quegli anni crocevia interessante, dove "si incontravano molti tra i protagonisti della cultura del Movimento Moderno (da Walter Gropius a Le Corbusier, da Alvar Aalto)".

A ricordarlo, ieri, tra i tanti, il sindaco Giuseppe Sala ("uno dei nostri più grandi architetti e ambasciatori nel mondo. Milano gli deve moltissimo, dalla prima sala alla Triennale nel 1951 fino alla Bicocca. Grazie di tutto") e l’archistar Renzo Piano: "Lascia una grande eredità in difesa della città e del suo territorio. Io l’ho avuto prima come insegnante, al Politecnico. E poi per tutta la vita, come amico e guida severa. Mi resterà vicino, nel cuore e nel pensiero". Addio maestro.